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Una nuova valutazione scientifica globale dell’IPBES avverte: “La perdita di biodiversità sta diventando un fattore di rischio per supply chain e stabilità finanziaria”. L’UE punta a mobilitare capitale privato per colmare il divario negli investimenti sulla natura

La perdita di biodiversità sta diventando sempre di più una materia che sconfina gli aspetti più squisitamente ambientali, per assumere i contorni di un rischio economico diffuso, con implicazioni per le catene di approvvigionamento, la stabilità dei mercati e la continuità operativa delle imprese. È il messaggio principale che emerge dal nuovo Business and Biodiversity Assessment pubblicato dall’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) e sostenuto da oltre 150 governi.

Il rapporto evidenzia che tutte le attività economiche dipendono in misura diretta o indiretta dalla biodiversità. Gli ecosistemi sostengono la produzione agricola, la disponibilità di materie prime, l’accesso all’acqua, la resilienza climatica e molte attività economiche legate al turismo e ai servizi culturali. La riduzione progressiva di questo capitale naturale produce effetti che si propagano lungo l’intero sistema economico.

Secondo la Commissione europea, l’evidenza scientifica sta diventando sempre più chiara. “Le nostre economie e le nostre imprese dipendono dalla natura“, osserva Jessika Roswall, Commissaria europea per Ambiente, Resilienza idrica ed Economia circolare competitiva. La protezione e il ripristino degli ecosistemi sono dunque considerati una priorità anche sotto il profilo economico.

Perdita biodiversità, il divario negli investimenti per la natura

Il rapporto dell’IPBES mette in luce uno squilibrio rilevante nei flussi finanziari globali. Nel 2023 oltre 6 trilioni di euro sono stati destinati ad attività che generano impatti negativi sulla biodiversità, tra sussidi pubblici e investimenti privati in settori ad alta pressione ambientale. Nello stesso periodo gli investimenti rivolti alla conservazione e al ripristino degli ecosistemi sono stati stimati in circa 185 miliardi di euro. Una parte consistente delle risorse che alimentano pressioni sugli ecosistemi proviene da politiche pubbliche. I sussidi considerati dannosi per la biodiversità ammontano complessivamente a circa 2 trilioni di euro. Tra questi figurano incentivi legati ai combustibili fossili, al settore agricolo, alla gestione delle risorse idriche, ai trasporti, alle costruzioni e alla pesca.

Il quadro suggerisce che il sistema economico continua a sostenere attività con effetti rilevanti sugli ecosistemi, mentre gli investimenti orientati alla loro tutela rimangono limitati. Per questo il rapporto sottolinea il ruolo crescente che imprese, investitori e istituzioni finanziarie dovranno assumere nel ridurre il divario finanziario legato alla biodiversità.

Un punto debole nella misurazione aziendale

Un elemento che emerge con chiarezza riguarda la scarsa diffusione di dati aziendali sugli impatti sulla biodiversità. Secondo l’analisi dell’IPBES, meno dell’1% delle imprese che pubblicano informazioni pubbliche comunica in modo strutturato il proprio impatto sugli ecosistemi. Questo dato indica una lacuna nei sistemi di rendicontazione e di gestione del rischio. Mentre il cambiamento climatico è ormai entrato nei modelli di reporting e nelle valutazioni degli investitori, la biodiversità rimane spesso ai margini delle analisi aziendali. La conseguenza è una limitata capacità dei mercati finanziari di stimare con precisione l’esposizione delle imprese ai rischi legati al degrado degli ecosistemi.

L’Unione europea punta sugli strumenti finanziari

La Commissione europea sta cercando di trasformare queste evidenze scientifiche in strumenti operativi capaci di mobilitare capitali. Tra le iniziative in corso, figura la Roadmap towards Nature Credits, un programma che mira a sviluppare meccanismi in grado di premiare risultati verificabili nella tutela e nel ripristino degli ecosistemi. L’obiettivo è costruire un sistema credibile di incentivi economici che renda più attrattivi gli investimenti nella gestione sostenibile del territorio e delle risorse marine. Il lavoro procede attraverso gruppi di esperti, studi tecnici e progetti pilota pensati per testare metodologie e metriche di valutazione. Nei prossimi mesi la Commissione prevede di ampliare la fase operativa del progetto, anche attraverso il coinvolgimento di Stati membri, imprese e partner internazionali. L’intenzione è quella di creare condizioni favorevoli allo sviluppo di nuovi flussi finanziari dedicati alla biodiversità.

Perdita biodiversità, il ruolo crescente della finanza per la natura

Il tema sarà al centro della EU Green Week 2026, prevista a giugno e dedicata agli investimenti nella natura e alla costruzione di modelli economici compatibili con la tutela degli ecosistemi. L’evento includerà iniziative rivolte alle imprese, agli agricoltori e alle città che stanno sperimentando soluzioni basate sulla natura. Tra le novità è previsto anche un incontro tra start-up e investitori finalizzato a facilitare il finanziamento di progetti legati alle nature-based solutions. L’intento è mostrare come interventi di ripristino ambientale possano generare valore economico oltre che benefici ecologici.

Per molto tempo la biodiversità è rimasta ai margini delle decisioni economiche. Era considerata un tema ambientale, rilevante per le politiche pubbliche e per la reputazione delle imprese, ma raramente per la valutazione del rischio o per l’allocazione del capitale. Il quadro che emerge dall’analisi dell’IPBES suggerisce che questa separazione sta diventando sempre meno sostenibile. Gli ecosistemi funzionano come infrastrutture silenziose dell’economia: quando si degradano, le conseguenze si riflettono sulla disponibilità di risorse, sulla stabilità delle filiere e sulla prevedibilità dei mercati. Per questo il passaggio che si apre riguarda soprattutto il sistema finanziario. Se la biodiversità diventerà una variabile misurata nei bilanci, nei modelli di rischio e nelle decisioni di investimento, il modo in cui imprese e mercati valutano la natura cambierà radicalmente.

In altre parole, la questione non è più soltanto quanto capitale destinare alla tutela degli ecosistemi. È riconoscere che senza capitale naturale stabile, anche il capitale economico diventa più fragile.

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