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È stato approvato dal governo italiano a distanza di sette anni dall’ultimo
Sono passati diversi anni, tanti sono stati gli appelli affinché anche l’Italia si dotasse di uno strumento per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Il 2 gennaio il governo Meloni ha adottato il PNACC – Piano Nazionale Adattamento ai Cambiamenti Climatici -, un testo su cui ha lavorato il governo Draghi e che ora trova compimento per correggere la rotta, anche attraverso il lavoro di una governance che tenga assieme il governo, gli enti locali, sulla capacità di adattamento dei sistemi socioeconomici e naturali.
Cosa è il Piano Nazionale Adattamento ai Cambiamenti Climatici
È un pacchetto di 361 misure su diversi settori, dall’acquacoltura ai trasporti, passando attraverso agricoltura, energia, turismo, ovviamente il dissesto idrogeologico, che indica le politiche nazionali e locali di adattamento dei sistemi urbani, agricoli, industriali alla crisi climatica. C’è una classificazione degli interventi, che sono soft (sono 274 su 361), green o grey, in base alle esigenze degli interventi che vanno realizzati, ossia se non richiedono interventi strutturali e materiali diretti, se siano invece interventi materiali identificati come soluzioni basate sulla natura o azioni materiali su impianti, materiali e tecnologie, infrastrutture, reti. Dunque, scorrendo il piano emerge che gli interventi strutturali sono dunque solo 87, di cui 46 quelli classificati come green e solo 29 riconducibili al dissesto idrogeologico, che rappresenta una delle spine principali della quasi totalità dei comuni italiani.
La posizione del WWF
Così il WWF ha commentato l’adozione del PNACC: “Il Piano appena pubblicato, dopo le varie consultazioni e l’unanime denuncia della mancata identificazioni di azioni davvero in grado di anticipare i cambiamenti provocati dalla crisi climatica e dei finanziamenti necessari” si legge sul sito del WWF, “è analogo a quello precedente e ha gli stessi limiti, mancanza di decisioni chiare e coraggiose, ottima identificazione sintetica dei possibili impatti e problemi, scarsa e deficitaria individuazione delle cose da fare e di come finanziarle. Il Piano va quindi preso come un primo passo: ora però tocca ai decreti attuativi e agli organi di governance cercare di correggere gli evidenti limiti e costruire un percorso che porti a quell’approccio sistemico che pure il PNACC richiama. Sicuramente sarà nostra cura segnalare ulteriori, colpevoli ritardi o limiti in tale senso”.