![]()
Serve un mercato più orientato a una gestione circolare dei prodotti
La distribuzione di quote di riciclo, Paese per Paese, insieme a misure legislative per stimolare il mercato della plastica riciclata. E l’applicazione di imposte simili alla temuta plastic tax, che l’Italia ha rinviato ulteriormente al prossimo anno. L’allarme della Banca europea degli investimenti (Bei) non lascia troppo spazio a voli di fantasia, servono interventi rapidi perché il raggiungimento del 50% di riciclo del packaging, ma soprattutto la sostituzione di dieci milioni di tonnellate di polimeri riciclati a quelli vergini è estremamente in pericolo. E quindi servono iniziative forti per invertire la rotta, per ridurre il ritardo da colmare, moltiplicando gli investimenti in tecnologie di selezione e riciclo, ma anche migliorando le performance di raccolta e, soprattutto, creando una cornice politica, soprattutto sulla fiscalità per le
aziende, per spingere il mercato della plastica riciclata.
Secondo la Bei, oggi nell’Unione europea sono attivi 1200 impianti di selezione con una produzione di 12,5 milioni di tonnellate di plastiche, a loro volta inviate a 650 impianti di riciclo, capaci di trasformarle in circa cinque milioni di tonnellate di polimeri riciclati. Per raddoppiare il dato e andare a centrare i parametri fissati dalla Ue serviranno investimenti compresi in un range tra i 6,7 e gli 8,6 miliardi di euro. Ma oltre alle risorse, scrive ancora la Bei nel suo studio, occorrerebbe un contesto di mercato diverso, che sia in grado di indirizzare il passaggio a una gestione sempre più circolare dei prodotti in plastica, agendo a tutti i livelli della filiera per garantire la produzione di granuli riciclati di alta qualità. Al momento è segnalato una discrepanza tra la fine della catena del valore della plastica (riciclo) e l’inizio della catena (produzione).
E in Italia? Secondo le stime di Assorimap e Plastic Consult gli impianti di selezione, circa 80, fanno parte di un circuito di 350 imprese che inglobano anche raccolta e stoccaggio (escluse le società di raccolta rifiuti urbani), selezione, macinazione, riciclo meccanico, compound – produzione di granulato pronto per la trasformazione – e trasformazione. Nel Nord Ovest si concentra il 40% degli impianti, il 25% nel Nord Est, a seguire Isole e Sud, mentre nel Centro Italia c’è il rimanente 10%. La maggior parte di queste imprese produce granuli a base di polietilene, seguono i riciclatori di polipropilene.
La grande questione, ribadita dallo studio della Bei, è il prezzo dei prodotti in plastica riciclata. E su questo elemento ovviamente ha inciso parecchio l’aumento delle bollette energetiche (ora in calo), arrivato a fine 2022 anche a +450%, con la forte concorrenza dei paesi asiatici produttori di plastica vergine, derivata dal petrolio, a complicare la sceneggiatura. Così molte aziende sono state praticamente costrette a rivedere le politiche sul riciclato. Lo studio della Bei individua anche gli strumenti finanziari per uscire dall’angolo e accelerare sulla plastica riciclata: dai piani di investimenti ai green bonds, poi iniziative di venture debt – forme di finanziamento specifiche per sostenere le startup o le aziende ad alta intensità tech. Ma, come accennato in precedenza, è la fiscalità il vero tema da affrontare per il legislatore nazionale e comunitario, secondo l’analisi della Banca europea degli investimenti. Dalle sanzioni pecuniarie sui produttori delle plastiche vergini o trasformatori di imballaggi complessi in plastica – il cosiddetto modello “chi sbaglia, paga” – mentre “la plastica ad alto contenuto di materiale riciclato potrebbe attrarre un’aliquota fiscale inferiore, offrendo così un prezzo inferiore ai trasformatori e, in ultima analisi, al consumatore” riferisce lo studio. Un sistema molto simile appunto alla plastic tax, ovvero l’imposta dal valore fisso di 0,45 euro che produttori, importatori e consumatori dovrebbero pagare per ogni chilo di prodotti in plastica, venduti o acquistati. La norma è stata introdotta per i prodotti monouso dalla legge di bilancio del 2020, ma poco gradita dalle aziende del settore. Il rinvio, anzi, pare essere già. Sarebbe il sesto, in meno di tre anni..