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“Si deve discutere di carbon tax e della normativa sulla due diligence Ue all’Organizzazione mondiale del Commercio”
Enrico Giovannini, co-fondatore e direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibileLo sviluppo sostenibile è l'approccio per raggiungere la crescita economica e lo sviluppo sociale senza esaurire le risorse naturali e garantendo il benessere delle future generazioni. Implica equilibrio tra esigenze presenti e future, considerando l'ambiente, la giustizia sociale e l'economia... Approfondisci (ASviS), parla a SostenibileOggi del piano Draghi e di come possa aiutare la competitività su diversi piani.
Sburocratizzare il sistema, può essere una sintesi del piano Draghi sulla competitività, anche per quel che riguarda la sostenibilità?
È un rapporto in cui c’è di tutto, un rapporto complesso che va compreso dal punto di vista politico rispetto a quanto Draghi propone. Il primo punto da sottolineare è legato a quel che Draghi dice con chiarezza: la competitività è una questione non solo di prezzo e costi, ma va declinata pensando agli obiettivi dell’Ue, assicurare prosperità con giustizia sociale nell’ambito della sostenibilità ambientale, come chiaramente esplicitato nell’articolo 3 del Trattato. Per tanti anni – si pensi alla Germania, alla Commissione Juncker – la competitività era solo una questione di prezzo, da realizzare contraendo i costi, abbassando i salari. Per Draghi invece, la competitività si fa con gli investimenti in tecnologia, innovazione, trasformazione digitale ed ecologica. Quelli che anche nel dibattito italiano, in particolare la transizione ecologica, sono stati visti come costi, in realtà sono investimenti, dice Draghi, che così recupera lo spirito originario del Green Deal, considerato in Italia come frutto di un’ideologia ambientalista, mentre invece era stato disegnato per competere su tecnologie green a livello globale. Draghi riprende questa impostazione, sottolineando che su una serie di fronti l’Ue è indietro. Quindi c’è bisogno di investire continuamente a livello europeo, perché a livello nazionale si è piccoli ed è impossibile pensare di contrastare individualmente Cina e Stati Uniti.
C’è poi, ed è il secondo elemento di cui tenere conto, anche una finalità politica: nel Trattato Ue c’è la possibilità di fare debito comune solo in presenza di crisi gravi. Ebbene Draghi dice che la perdita di competitività non è una crisi improvvisa, come quella determinata da pandemia, ma è strisciante ed esiste da 20 anni. Se non la riconosciamo come tale, non c’è base giuridica per mettere in piedi un piano finanziato dal debito comune come il Next Generation EU.
È l’ultimo treno per l’Ue sul piano della competitività?
È un punto che va considerato rispetto ai dati esistenti, riconoscendo che finora diverse imprese europee hanno performato bene ma questo non può far dimenticare gli investimenti enormi di Usa e Cina su AI e altri strumenti che determineranno una vera e propria nuova rivoluzione industriale. Draghi dice che se non siamo competitivi, non ci saranno risorse per investire sull’innovazione e non si assicurerà neanche quel modello virtuoso europeo di economia sociale di mercato e di welfare state, a cui non vogliamo rinunciare. Per fare questo servono azioni comuni – è la parola chiave – che hanno anche a che fare con abbattimento delle barriere interne e la realizzazione del mercato unico dell’energia e delle materie prime-seconde.
Nel report si parla di aumento di competitività Ue con la creazione di quote predeterminate di produzione locale? È ispirato all’IRA di Biden-Harris?
È quello che Draghi dice, ma per realizzarlo si deve rivedere a fondo l’approccio alle politiche antitrust, come dice anche Letta. Per troppo tempo ci siamo concentrati su assicurare la concorrenza interna all’Ue, ma molto meno sulla concorrenza esterna. Per far questo deve crescere la dimensione delle nostre imprese, anche per giocare ad armi pari con altri grandi player che non usano le nostre stesse regole antitrust. Il rischio di questo approccio è però l’ulteriore frammentazione del mercato mondiale, già messo in crisi dalla crescita del ricorso all’uso di dazi e tariffe. Si dovrebbe quindi rilanciare l’Organizzazione mondiale del commercio per negoziare delle regole comuni. L’Ue nell’ultimo anno e mezzo ha messo in piedi provvedimenti che dovrebbero entrare in vigore presto, come la carbon tax alla frontiera (CBAM), per equiparare la condizione delle imprese europee e quelle extra. Poi è stato varato il regolamento sulla due diligence (CSDD), che obbliga anche le aziende estere che vogliono vendere i loro prodotti sul mercato Ue a impegnarsi su riduzione delle emissioni e rispetto dei diritti umani. Si tratta di misure corrette, ma si deve discutere di questi temi all’Organizzazione mondiale del Commercio, per evitare che il mercato mondiale diventi un far-west. Si ricordi che su queste regole l’Ue ha competenza esclusiva, ma se negozia sulle regole del commercio senza una strategia industriale si determina una chiara asimmetria.
Sarà operativo il piano Draghi?
Le ostilità di alcuni Paesi sono emerse in questi giorni, i soggetti che sono ostili all’idea di creare nuove risorse europee autonome hanno iniziato a sparare bordate contro il rapporto. La partita è ancora aperta, ma intanto si deve capire che tipo di squadra metterà in campo Von der Leyen e vedere come i rapporti Draghi e Letta verranno portati avanti dalla Commissione, spero non a spezzoni, ma con una strategia fortemente integrata.