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SostenibileOggi intervista Sara Böhm, stylist e consulente d’immagine. Dialogo tra etica, trasparenza e verità: “Non dimentichiamo la sostenibilità sociale. Multa Armani? Non mi sorprende”
Stylist, consulente d’immagine e “molte altre cose in divenire“, Sara Böhm è fra le voci più acute della nuova generazione creativa che mette in discussione il linguaggio della moda. Laureata in Fashion Design al Polimoda di Firenze, dopo esperienze formative a Londra e Berlino, oggi vive e lavora a Roma, dove alterna progetti di styling, consulenza e divulgazione sui social con un approccio ironico, schietto e fortemente consapevole.
Nel suo racconto la sostenibilità nella moda diventa una questione di etica, trasparenza e verità. “Essere sostenibili è così difficile che chi lo è, lo dice chiaramente”, sottolinea, invitando a interrogare i brand più che a fidarsi dei loro slogan. Una posizione netta, maturata osservando da vicino le contraddizioni del settore: la corsa del fast fashionFast Fashion: definizione e impatto ambientale e sociale Il Fast Fashion è un modello di produzione e consumo nell’industria dell’abbigliamento caratterizzato da cicli di produzione rapidi, costi ridotti e alta rotazione delle collezioni. Questo sistema ha trasformato il mercato della... Approfondisci che ha trascinato anche il lusso verso ritmi insostenibili, l’omologazione produttiva che ha eroso qualità e tracciabilità, l’estetica green che spesso copre le zone d’ombra di una filiera globale fatta di piccole factory e contesti difficili da monitorare.
Per Böhm, la vera sfida è riportare la moda a una dimensione umana: accettare tempi più lenti, ridurre il numero di collezioni, costruire una responsabilità condivisa che tenga insieme creatività, lavoro e giustizia sociale. In un panorama dove il rischio di greenwashingGreenwashing Il greenwashing è una pratica sempre più diffusa e criticata, in cui aziende e organizzazioni adottano una facciata di responsabilità ambientale, spesso per motivi di marketing, mentre le loro azioni reali possono essere in contrasto con i principi di... Approfondisci cresce insieme alla pressione del mercato, la differenza tra verità e marketing passa – secondo la stylist – “dalla chiarezza delle informazioni, dalla tracciabilità dei processi e dalla disponibilità delle aziende a essere messe in discussione”.
Di seguito un estratto dell’intervista.
Negli ultimi mesi, alcune grandi catene fast fashion ma anche brand storici di moda sono finiti sotto i riflettori per greenwashing e condizioni di lavoro opache. Che lettura dai di queste dinamiche?
Non mi sorprende. Piuttosto scandalizza, indigna, ma non sorprende davvero. C’è una ragione storica dietro. Con l’esplosione del fast fashion negli anni Duemila, anche i grandi marchi del lusso si sono trovati costretti ad adattarsi a quella nuova velocità del mercato. Tradizionalmente le maison producevano due collezioni l’anno, presentate in passerella, con tempi lunghi di decisione per buyer e produzione. Il fast fashion ha ribaltato il modello, imponendo ritmi fino a dieci, ventiquattro collezioni annuali, aggiornate continuamente. Per inseguire questa accelerazione, molti brand di lusso hanno finito per ridurre la qualità per aumentare la velocità, senza però abbassare i prezzi. Oggi capita che alcune produzioni di alta gamma vengano realizzate nelle stesse fabbriche dove operano marchi fast fashion: un cortocircuito tra esclusività e serialità che mette in crisi la narrazione del lusso sostenibile.
Molti marchi dichiarano impegni di sostenibilità, ma parte della produzione avviene in micro-fabbriche o in Paesi dove i controlli sono scarsi. Come si può costruire una responsabilità condivisa per tutta la filiera?
La vera sfida è riabituare il consumatore a tempi più lenti, ad accettare che non si può avere tutto subito. La sostenibilità passa anche da qui: limitare la produzione, riportarla sotto controllo, magari a tre collezioni l’anno, con una filiera verificata e tracciabile, preferibilmente italiana. Serve una responsabilità diffusa, non solo dichiarata.
Qual è il prossimo grande tema che la moda sostenibile dovrà affrontare? C’è un aspetto che oggi viene ancora sottovalutato?
Molti si concentrano sull’aspetto ambientale – materiali bio o processi a basso impatto – ed è legittimo. Ma questo approccio rischia di dimenticare la dimensione etica, le condizioni di lavoro e la giustizia sociale. Non a caso, le campagne di greenwashing puntano su un’estetica rassicurante: colori naturali, foglie verdi, slogan sul “chilometro zero”. La differenza tra verità e greenwashing sta invece nei dettagli delle informazioni: nella chiarezza del sito, nella tracciabilità della filiera, nella disponibilità a essere interrogati dai consumatori. Anche il Made in Italy deve essere oggetto di controllo, non di fiducia automatica. Solo così si può parlare davvero di sostenibilità.