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L’ex capo del Corpo Forestale dello Stato a SostenibileOggi.it: “Si deve favorire l’adozione di un modello di sviluppo disurbanizzato”

La tutela ambientale che deve coniugarsi con la presenza dell’uomo, con l’esigenza di sfruttare il territorio per produrre vantaggi economici per la comunità e con il divenire tecnologico. Cesare Patrone, ex Parco nazionale della Majella, poi a capo del Corpo Forestale dello Stato, è stato tra i sostenitori della Carta di Pescasseroli per la tutela dei temi ecologici, un’idea nata per la celebrazione del secolo di vita del Parco d’Abruzzo, secondo in Italia, dopo il Gran Paradiso, per anzianità. Patrone racconta a SostenibileOggi.it il percorso verso la ridefinizione dei parchi nazionali in Italia.

Il tema della rigenerazione dei parchi è estremamente attuale nell’anno del centenario del Parco Nazionale d’Abruzzo.

C’è un difetto in Italia, si parla di grossi sistemi ma si fa poco sulla crisi climatica ed è davvero pericoloso non fare nulla. Poca pragmaticità direi. Non deve per forza muoversi l’Onu per cambiare le cose, per esempio l’immondizia a Roma si risolve se la si raccoglie e si fanno le strutture per smaltirla. Riguardo alla rivalutazione del territorio, si deve partire da un punto centrale, ossia che il fenomeno dell’urbanizzazione è sempre più accelerato. Entro qualche anno la popolazione inurbata sarà maggiore di quella non urbanizzata e tutto questo comporta l’abbandono del territorio, che se non viene occupato da uomo patisce uno squilibrio; invece l’occupazione ordinata da parte dell’uomo permette uno sviluppo economico sociale, culturale del territorio. I Parchi rappresentano un riferimento importante in cui stare, vivere, nell’ottica della rivalutazione morale e politica di chi sta sul territorio.

Qual è il nuovo modello che deve affermarsi?

Creare posti di lavoro, generando le condizioni per una coabitazione con le specie animali: in sostanza, si deve favorire l’adozione di un modello di sviluppo disurbanizzato. La disurbanizzazione è un fattore importante per lo sviluppo economico, sociale, sostenibile come quello italiano. Abbiamo partorito la Carta di Pescasseroli per determinare un approccio all’ambiente distante da quello scandalistico: assieme ai giovani imprenditori si è pensato a valorizzare gli aspetti forestali e turistici del Parco: la zootecnia, l’artigianato, la collaborazione con le associazione di categoria per affermare che lo stesso Parco sia un modello di sviluppo sostenibile e non estemporaneo. Un esempio di un modello di sviluppo del territorio, di convivenza intelligente con flora e fauna, con atteggiamenti consapevoli anche per la tutela della specie, che è compito dell’uomo, consentendo il ripopolamento di alcune specie e la salvaguardia di altri tipi di specie. Faccio l’esempio dell’orso marsicano, anche se in Abruzzo questo tipo di convivenza è sempre stato rispettato, c’è sempre stata una grande capacità di equilibrio. D’altronde, la natura ama nascondersi, come diceva Eraclito: ci sono forme da tutelare, luoghi che vanno sottoposti a una cura integrale.

Manca una visione collettiva?

Sì, è tutto un po’ scollegato, ci sono conflitti di attribuzione tra province e regioni, regioni e comuni, serve una visione organica e un ruolo decisivo è assunto anche dalla stampa, con la tendenza al sensazionalismo, soprattutto in TV. Diversi territori potrebbero vivere dell’indotto generato dai parchi, ma in un modello di sviluppo compatibile. 

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