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Il primo certificato in Europa si trova in Trentino-Alto Adige
Ce ne sono diversi anche in Italia, per esempio a Milano. Gli edifici net-zero-carbon (NZC) o semplicemente net zeroNet Zero Il concetto di "net zero" sta guadagnando crescente importanza nel contesto globale del cambiamento climatico e della sostenibilità. Raggiungere il net zero significa creare un equilibrio tra la quantità di gas a effetto serra emessi e la quantità... Approfondisci. Nel capoluogo lombardo, nel quartiere Bicocca c’è l’avveniristico Open 336, un complesso di 8.700 mq, tra vetrate, impianti fotovoltaici, filtri (con materiale organico, biodegradabile) che tecnicamente cattura anidride carbonica. Volgendo lo sguardo altrove, a Londra c’è The Forge, il primo immobile alimentato solo a energia solare con pannelli fotovoltaici, costruito attraverso la piattaforma di progettazione a elevata sostenibilità per la produzione e l’assemblaggio che comporta una riduzione del 25% dell’anidride carbonica incorporata nella fase di costruzione dell’edificio Sono solo due esempi del potenziale infinito verso la sostenibilità ambientale del comparto edile, a cui va accreditato almeno il 40% della produzione di emissioni di carbonio, per arrivare almeno al dimezzamento delle emissioni, tra ridefinizione degli spazi e costruzioni più leggere e compatte.
Gli edifici Zero Energy registrati a livello mondiale riguardano circa 200 progetti, di cui 80 certificati. Il primo certificato in Europa si trova in Trentino-Alto Adige, Casa Sn, a pochi chilometri dal Lago di Garda, che si contraddistingue per produrre da fonti rinnovabili più energia di quella che consuma.
Si gioca sugli acronimi che possono, anzi devono cambiare il corso dell’edilizia. In Italia, in attesa di altri edifici NZC (o NZCB, aggiungendo la parola Building) si è sentito maggiormente parlare e ci sono più elementi di discussione sui Nearly Zero Energy Building (NZEB), gli edifici a energia zero, la fase precedente agli edifici NZC: per gli NZEB si ricorre al calcolo dell’energia primaria prodotta dall’edificio in kWh al mq annuo. Per gli NZC si calcolano invece le emissioni imputabili alla produzione di questa energia.
Gli edifici NZEB devono avere delle caratteristiche precise, tra cui isolamento adeguato, edificio orientato verso l’influenza del sole, impiego delle fonti rinnovabili (fotovoltaico, solare termico) e riduzione dell’utilizzo di impianti meccanici. Gli impianti dell’edificio devono lavorare a bassa temperatura, attraverso l’uso delle pompe di calore o caldaie a condensazione. Dall’inizio del 2021 in Italia esiste l’obbligo di rispettare i principi NZEB per tutti i nuovi edifici o per gli interventi che prevedono la demolizione e poi di una successiva ricostruzione. E per delineare i contorni anche per gli edifici già esistenti è stata introdotta la Direttiva Europea 2018/44: sono previsti incentivi anche per la ristrutturazione di edifici pubblici e privati, che devono portare a dei miglioramenti delle prestazioni energetiche.
Secondo un report di Enea relativo al biennio 2016-2018 e pubblicato nel 2019 sono stati registrati 1400 edifici NZEB in Italia (soprattutto tra Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto), nuove costruzioni (90%) a uso residenziale (85%), ma evidentemente la stima è per difetto, nel frattempo le direttive europee e anche le disposizioni nazionali spingono forte per i nuovi edifici, assieme agli incentivi statali – tipo il Superbonus 110% – per il restyling di quelli più datati.
Ma si conosce davvero l’esatta impronta di CO2 nella costruzione di un palazzo, di una palazzina? Secondo i professionisti di Arup e WBCSD (World Business Council for Sustainable Development), che assieme hanno stilato un rapporto con le indicazioni delle soluzioni per l’edile verso la riduzione delle emissioni, ammonta ad appena l’1% la conoscenza degli edifici costruiti con la definizione della quantità precisa di immissione di carbonio nell’ambiente. Troppo poco per “pesare” il cammino dell’edilizia verso costruzioni sostenibili.