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Alla recente assemblea dello Snebi si è fatto il punto sulla carenza di acqua piovana, sul numero elevato di incendi e su frane e alluvioni. A inizio aprile il Governo ha varato il Decreto Siccità
I danni alle colture ammontano a circa sei miliardi di euro. Mentre si avvicina al 50% il calo delle piogge da inizio 2021 a luglio 2021 rispetto al periodo 1991-2020. La siccità segna i parziali più negativi dal 1800. Durante la recente assemblea del Sindacato nazionale enti bonifica ed irrigazione (Snebi) è stato fatto il punto su desertificazione e siccità, dissesto idrogeologico e consumo di suolo. I numeri, più che allarmanti, sono pericolosi, sia per la carenza di acqua piovana (l’89% si disperde in mare, un dato che segnala la gravità delle condizioni degli invasi) che per gli incendi: 365 quelli boschivi, che hanno percorso oltre 42 mila ettari, con un aumento registrato nel 2021 di aree incendiate pari a +320% rispetto al 2020. Su frane e alluvioni: sono quasi 7500 i comuni italiani a rischio, circa il 18,4% del territorio nazionale. Mentre l’83% delle frane europee sono in Italia e la Protezione civile indica danni per calamità naturali che ammontano a sette miliardi di euro l’anno. Lo studio ha rivelato note dolenti anche sul fronte del consumo del suolo: l’Italia è primatista in Europa per territori urbanizzati: il 7,13%, pari a circa 2,2 milioni di ettari.
Insomma, l’analisi compiuta all’assemblea dello Snebi fotografa la complessiva condizione preoccupante per l’Italia, che ha assistito ai minimi storici raggiunti nel bacino del Po, mentre nel primo trimestre del 2023 il paese è stato diviso in due parti: peggioramento della condizione di siccità nel Nord-Ovest, precipitazioni abbondanti e frequenti al Sud.
A inizio aprile il Governo ha varato il Decreto Siccità, con cui sono state introdotte misure volte ad aumentare la resilienza dei sistemi idrici ai cambiamenti climatici e a ridurre dispersioni di risorse idriche. Tra i provvedimenti: un regime semplificato per le procedure di progettazione, la realizzazione delle infrastrutture idriche che rinvia al modello Pnrr, l’aumento dei volumi utili degli invasi; la possibilità di realizzare liberamente vasche di raccolta di acque meteoriche per uso agricolo entro un volume massimo stabilito, il riutilizzo delle acque reflue depurate per uso irriguo.
Prima dell’Italia sono intervenute Francia e Catalogna per scongiurare drammatiche conseguenze della siccità in estate. Il problema italiano sono, come spesso accade, gli investimenti: la Società italiana di medicina ambientale (Sima) ha stabilito che l’Italia investe oggi sulla rete idrica oltre il 50% in meno rispetto alla media europea. Cento euro per cittadino investiti in media dai paesi Ue per manutenzione e depurazione delle acque, in media circa 100 euro a cittadino: in Italia sono 48 euro. Per colmare il gap a livello europeo, servirebbero circa 12 miliardi da investire entro il 2030.