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Analisi su Italia, Germania, Francia, Spagna: estate calda inciderà sempre più su stabilità dei prezzi

Il rapporto tra clima e inflazione diventa sempre più stretto. Lo rivela uno studio – The Outlook is mixed: the asymmetric effects of weather shocks on inflation – a cura della Banca centrale europea, che ha mappato le quattro maggiori economie dell’eurozona, Germania, Francia, Italia e Spagna, delineando la relazione tra temperature e inflazione. Dal report emerge che gli eventi meteorologici estremi sono diventati più diffusi e più gravi in tutto il mondo e che, come conseguenza, sono stati osservati impatti negativi in tutte le economie, quindi l’estate calda diventerà una consuetudine nell’area Euro a causa dei cambiamenti climatici e si determineranno effetti sulla stabilità dei prezzi, comportando rialzi dei prodotti alimentari e dei servizi più frequenti e persistenti per i consumatori, e sul lavoro delle banche centrali. I cambiamenti climatici, infatti, porteranno a shock meteorologici più frequenti e più gravi, aumentando la volatilità e l’eterogeneità dell’inflazione.

I danni del climate change sulla produzione economica

La Bce spiega che già diversi studi hanno messo in evidenza l’impatto negativo delle temperature più elevate sulla produzione economica: la riduzione della produzione agricola, la minore produttività del lavoro, l’aumento della domanda di energia, gli impatti sulla salute, i danni alla supply chain, ma finora non si avevano notizie sulle implicazioni per la stabilità dei prezzi. Con questa ricerca ci sono le prove del legame tra gli shock meteorologici e il livello e la volatilità dell’inflazione. Gli effetti sono non lineari e aggravati da altri fattori. Dalla ricerca è emerso pure che le alte temperature superiori alla media portano a significativi impatti al rialzo sull’inflazione degli alimenti non trasformati alle economie prese in considerazione: quando la temperatura media mensile aumenta di un grado sopra la media storica, l’inflazione degli alimenti non trasformati aumenta di circa 0,1-0,2% entro il primo anno dopo lo shock. L’impatto si riverbera su una minore produttività agricola e del lavoro e cali delle forniture di alimenti freschi. Lo studio ha rilevato che gli effetti sono maggiori e più persistenti in Francia, Italia e Spagna rispetto alla Germania. Se uno shock si verifica in inverno o in primavera, invece, la risposta è meno significativa e può portare al contrario a un calo dell’inflazione, anche se l’effetto è di solito meno persistente rispetto a quando lo shock si verifica nella fase estiva.

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