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L’apertura è assai criticata da oppositori e investitori: ci sarebbero regole troppo rigide per gli investimenti eolici onshore
Gli impianti eolici nel Regno Unito non sono mai andati a genio alla classe politica, soprattutto ai partito conservatore. E su questa linea era assestato anche l’attuale primo ministro britannico, Rishi Sunak, che a ottobre, come i suoi predecessori, ha detto di essere disposto a sostenere l’energia eolica onshore laddove disponga del sostegno locale. La crisi energetica deve aver fatto vacillare ogni certezza sul tema e quindi il governo ha deciso di allentare la norma sul divieto dei parchi eolici, facendo decadere così una campagna anti turbine che dura dai tempi del primo ministro inglese, David Cameron, che nel 2015, dopo aver messo piede a Downing Street, ha appoggiato la rivolta ostile alla costruzione di parchi costruiti sulla terraferma e piantati ad almeno tre chilometri dalle coste.
Il governo Cameron fece approvare la norma che una sola autorità locale contraria avrebbe fatto saltare ogni tipo di progetto. Una scelta impegnativa e controproducente: nel Regno Unito il vento (condizione ideale per far funzionare alla perfezione l’energia eolica) certo non manca.
La politica di Cameron ha portato alla riduzione del 96% dell’industria dell’eolico in Inghilterra e lo scorso anno sono state costruite due sole turbine eoliche: i piccoli produttori sono stati costretti a chiudere.
Ora i conservatori hanno cambiato idea, il primo ministro Sunak ha lanciato una consultazione popolare sul tema a dicembre, ma l’ammorbidimento delle regole non convince gli oppositori e gli investitori del settore, come riporta il Financial Times, perché gli investimenti sui parchi onshore sarebbero soggetti a regole di pianificazione assai più severe rispetto alla realizzazione di altre infrastrutture.