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Smog in calo nei capoluoghi italiani, ma con i nuovi limiti UE il 53% dei capoluoghi italiani non rispetterebbe il valore di 20 µg/m³ per il PM10. Maglie nere a Palermo, Milano, Napoli

Nel 2025 l’inquinamento atmosferico nelle città italiane arretra. I superamenti dei limiti giornalieri di PM10 diminuiscono e il numero di capoluoghi fuori norma si riduce. È un segnale incoraggiante. Ma insufficiente. Se i nuovi standard europei sulla qualità dell’aria entrassero in vigore oggi, una larga parte delle città italiane risulterebbe già in violazione della legge.  È quanto emerge dal rapporto Mal’Aria di città 2026, che fotografa un lieve miglioramento ispetto agli anni precedenti. Ma che non restituisce un quadro rassicurante se letto in prospettiva. Vediamolo in dettaglio.

Qualità dell’aria, cosa misuriamo e perché conta

La qualità dell’aria urbana viene valutata attraverso concentrazioni medie e superamenti di soglie per inquinanti chiave: particolato atmosferico (PM10 e PM2.5) e biossido di azoto (NO₂). Questi parametri sono direttamente correlati a impatti sanitari rilevanti, tra cui malattie cardiovascolari, respiratorie e mortalità prematura. Con la revisione della Direttiva europea sulla qualità dell’aria, dal 1° gennaio 2030 entreranno in vigore limiti più stringenti e più allineati alle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità.  Nel 2025 scendono a 13 i capoluoghi che hanno superato il limite giornaliero di PM10 (50 µg/m³ per più di 35 giorni), contro i 25 del 2024. Palermo, Milano, Napoli e Ragusa restano però stabilmente nelle posizioni più critiche. Si tratta di uno dei dati più positivi degli ultimi anni, ma che non deve far abbassare la guardia.

Verso il test del 2030

Applicando oggi i nuovi limiti europei previsti per il 2030, la situazione cambierebbe radicalmente. Il 53% dei capoluoghi italiani non rispetterebbe il valore di 20 µg/m³ per il PM10. La quota sale al 73% per il PM2.5, con una soglia fissata a 10 µg/m³, e al 38% per il biossido di azoto. In molte città, soprattutto del Nord e del bacino padano, le riduzioni necessarie superano il 30–50%. Monza, Cremona, Milano, Torino, Napoli e Verona dovrebbero accelerare drasticamente il ritmo di miglioramento per evitare una condizione strutturale di illegalità ambientale.

Trend insufficienti e politiche intermittenti

L’analisi dei trend degli ultimi quindici anni mostra che la riduzione degli inquinanti procede, ma troppo lentamente. Mantenendo l’attuale traiettoria, 33 città rischiano concretamente di non centrare i target al 2030. I miglioramenti osservati nel 2025 risultano fortemente influenzati da condizioni meteorologiche favorevoli e dall’evoluzione tecnologica, più che da politiche strutturali pienamente consolidate. Questo rende i risultati fragili e reversibili, soprattutto in un contesto in cui le risorse dedicate alla qualità dell’aria, in particolare nel bacino padano, vengono ridotte.

Quest’ultimo si conferma una delle aree più critiche d’Europa. La geografia dell’inquinamento si è ampliata. Non riguarda più solo le grandi città, ma anche centri medi e aree rurali, dove il contributo di riscaldamento domestico, traffico locale e allevamenti intensivi resta elevato. In questo contesto, i tagli alle risorse rischiano di compromettere i pochi progressi ottenuti, proprio nelle zone dove l’intervento pubblico dovrebbe essere più continuativo e coordinato.

A gennaio 2026 la Commissione europea ha avviato una nuova procedura di infrazione contro l’Italia per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico previsto dalla direttiva NEC 2016. È la quarta procedura aperta sul tema della qualità dell’aria, che si aggiunge a quelle già attive per il superamento dei limiti fissati dalla Direttiva Quadro Aria. Il rischio è quindi anche giuridico ed economico, con sanzioni, contenziosi e perdita di credibilità nella capacità di attuazione delle politiche ambientali.

Qualità dell’aria, il tempo come variabile critica

Il dato centrale che emerge dal rapporto Legambiente è temporale. Le città italiane non sono ferme, ma stanno migliorando troppo lentamente rispetto alla scadenza normativa del 2030. Senza un’accelerazione decisa e stabile, il rischio è di entrare nel prossimo decennio con un sistema urbano formalmente fuori legge, esposto a infrazioni e con ricadute sanitarie evitabili.

La qualità dell’aria è già un tema emergenziale. Una prova di capacità amministrativa, industriale e sanitaria che l’Italia deve superare prima che sia la legge europea a imporre un conto salato.

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