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L’Europa difende l’obiettivo di 1,5 °C mentre il mondo si divide sul futuro dei combustibili fossili
Belém, novembre 2025. Trentatré anni dopo Rio, il mondo torna in Brasile per fare i conti con la propria incoerenza. Nel 1992, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) apriva la strada a una nuova era di responsabilità ambientale. Oggi, alla COP30, in programma dal 10 novembre, quella promessa appare logorata da ritardi strutturali e compromessi politici.
La concentrazione di CO₂ è la più alta degli ultimi 3 milioni di anni, la temperatura media del pianeta ha superato di 1,3 °C i livelli preindustriali e gli ultimi undici anni sono stati i più caldi mai registrati. Eppure, la conferenza che si apre a Belém – porta d’accesso all’Amazzonia e simbolo di un equilibrio fragile tra sviluppo e natura – è segnata da un paradosso. Se l’urgenza cresce, la volontà politica sembra diluirsi.
COP30, un vertice sotto pressione
L’atmosfera nella capitale del Pará è tesa e consapevole. Nella prima giornata, l’ONU e i capi di Stato hanno riconosciuto apertamente che il mondo non riuscirà a mantenere il riscaldamento sotto 1,5 °C, l’obiettivo “di sicurezza” dell’Accordo di Parigi. Ma non si sono arresi all’idea dei 2 °C. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha chiesto una “tabella di marcia globale per superare la dipendenza dai combustibili fossili”, spingendo per un impegno concreto sulla decarbonizzazioneDecarbonizzazione La decarbonizzazione si riferisce al processo di riduzione o eliminazione delle emissioni di anidride carbonica (CO2) derivanti dalle attività umane, specialmente quelle legate alla produzione e al consumo di combustibili fossili. L'obiettivo della decarbonizzazione è quello di ridurre l'impatto... Approfondisci. Un appello raccolto da alcuni Paesi europei e dalle piccole isole in via di scomparsa, come Antigua e Barbuda, che denunciano il “sabotaggio climatico” dei grandi produttori di petrolio e gas.
Il paradosso del Sud globale
Dal palco della COP30, Lula cerca di ricomporre la frattura storica tra Nord e Sud del mondo. Il Brasile – con India, Sudafrica e Indonesia – rivendica un modello di transizione giusta, capace di combinare sovranità energetica e riduzione delle disuguaglianze. Ma la realtà resta spietata. Mentre l’Amazzonia perde circa 9mila km² di foresta l’anno, il Paese punta ancora sul gas e sull’estrazione di minerali critici, fondamentali per la transizione verde dei Paesi ricchi.
È un equilibrio precario che riflette l’intero sistema climatico globale. Mentre il Nord promette fondi, il Sud chiede giustizia. La finanza climatica, con i suoi oltre 30 miliardi di euro erogati dall’UE nel 2024 a sostegno dei Paesi più vulnerabili, rimane la grande cartina di tornasole del divario fra intenzioni e impatti reali.
L’Europa e il ritorno alla realtà
L’Unione europea arriva a Belém con il vantaggio morale di chi ha già ridotto le proprie emissioni del 37% rispetto al 1990 e con un piano per tagliare tra il 66,25% e il 72,5% entro il 2040. Secondo l’ultimo report pubblicato da Bruxelles il 6 novembre, le emissioni sono diminuite del 2,5% nel 2024, mentre il PIL dell’Unione è cresciuto del 71% dal 1990. Un segnale che la decarbonizzazione, se accompagnata da politiche industriali mirate, può anche ridisegnare la crescita interna. La presidente Ursula von der Leyen, nel suo intervento inaugurale, ha ribadito che “questa deve essere la COP che mantiene l’obiettivo di 1,5 gradi alla nostra portata” e che l’Europa “offre il proprio sostegno ai partner affinché facciano lo stesso”.
Dietro la compostezza del messaggio, Bruxelles sa che la posta è altissima: dimostrare che il Green Deal non è un vezzo ideologico ma una strategia industriale. Per questo, la Legge europea sul clima, la CSRDCSRD - Corporate Sustainability Reporting Directive La CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) è una direttiva dell'Unione Europea che obbliga le aziende di grandi dimensioni a divulgare informazioni dettagliate sul loro impatto sociale e ambientale, promuovendo la trasparenza e la sostenibilità aziendale. Approfondisci (Corporate Sustainability Reporting Directive) e la nascente CSDDD (Direttiva sulla due diligence di sostenibilità) sono ormai pilastri normativi, pensati per vincolare imprese e finanza a obiettivi misurabili di riduzione dell’impatto.
Verso la COP30: il tempo del rendiconto
Dalla Conferenza di Rio del 1992 all’Accordo di Parigi del 2015, passando per Kyoto, si sono accumulati trentatré anni di promesse, di cifre parziali e di obiettivi rimandati. Anche il linguaggio è cambiato. Si da spazio a “freni d’emergenza” per le fughe di metano o di “phase-out dei fossili”. Ma la vera questione resta di governance, fra chi paga il prezzo della transizione e chi controlla i benefici. Il futuro, avverte l’economista ambientale Katrine Petersen (E3G), “dipenderà dalla capacità di trasformare gli impegni volontari in architetture economiche obbligatorie”. Tradotto: alla COP30 l’arduo compito di evitare dichiarazioni formulari o over-promising e porre basi concrete in vista dei prossimi cinque anni.A Rio si firmava un impegno.
Trentatré anni dopo, il mondo non può più dirsi sorpreso. Il tempo della goodwill diplomacy è terminato.