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Dopo il voto del Parlamento europeo, il mandato per rivedere le norme su rendicontazione e responsabilità aziendale è bloccato. Mentre Usa e Qatar definiscono la direttiva una “minaccia esistenziale”, l’Ue si ritrova a ridefinire il proprio equilibrio tra Green Deal e industria
A Bruxelles, il Green Deal ha vissuto uno dei suoi momenti più tesi. Con 318 voti contrari e 309 favorevoli, l’Europarlamento ha respinto il mandato per negoziare la revisione delle direttive su due diligence e rendicontazione di sostenibilità. Ferma, quindi, la revisione delle regole sulla sostenibilità delle imprese. Le norme restano per ora com’erano. Il voto, arrivato con un margine di soli nove voti, segna una frattura non solo politica, ma strategica: quella tra chi vede nella sostenibilità un vincolo e chi la considera un’infrastruttura di mercato.
Due diligence, il cuore del problema: tra semplificazione e smantellamento
La Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) e la CSRDCSRD - Corporate Sustainability Reporting Directive La CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) è una direttiva dell'Unione Europea che obbliga le aziende di grandi dimensioni a divulgare informazioni dettagliate sul loro impatto sociale e ambientale, promuovendo la trasparenza e la sostenibilità aziendale. Approfondisci erano nate per fissare, per la prima volta su scala europea, un principio di responsabilità estesa: le imprese devono rendere conto non solo dei bilanci, ma degli impatti lungo la catena del valore. La nuova Commissione von der Leyen aveva proposto una revisione “di semplificazione”, accolta con favore dai governi più industriali – Italia, Germania e Repubblica Ceca – che ritengono gli obblighi attuali “eccessivamente gravosi”.
Ma la semplificazione, nella versione arrivata in Aula, si è trasformata in un campo di battaglia. Da un lato, Verdi e Sinistra hanno chiesto di rafforzare la direttiva per evitare un annacquamento degli obiettivi climatici. Dall’altro, il centrodestra europeo l’ha ritenuta ancora troppo rigida. Il risultato? Nessuna maggioranza, dossier congelato e rinvio alla prossima plenaria di novembre.
“Il voto dimostra che il compromesso non andava abbastanza in là e che le posizioni restano polarizzate”, ha riconosciuto la presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola, invitando gli Stati membri a trovare una sintesi “per non compromettere la competitività europea”.
Usa e Qatar contro la direttiva
A spingere per un ridimensionamento delle norme europee non sono stati solo gli industriali del Vecchio Continente. Stati Uniti e Qatar hanno inviato una lettera ai leader dell’Ue definendo la direttiva una “minaccia esistenziale” per la sicurezza energetica, temendo che l’obbligo di rendicontare impatti ambientali e sociali lungo la filiera penalizzi i fornitori di gas e idrocarburi. Un gesto inedito, che mostra quanto la due diligence europea abbia ormai assunto un valore geopolitico: regolare la sostenibilità delle catene globali significa anche riscrivere i rapporti di forza tra continenti.
Competitività vs. transizione: la frattura interna al Green Deal
Il voto europeo si inserisce in un contesto più ampio. Alla vigilia del Consiglio europeo, diversi capi di governo, tra cui Meloni e Merz, hanno chiesto di “abbandonare l’approccio ideologico del Green Deal” e di rivedere i target climatici alla luce della crisi industriale. Il cancelliere tedesco ha definito “inaccettabile” la decisione del Parlamento e ha sollecitato una correzione, avvertendo che “i posti di lavoro del manifatturiero europeo sono a rischio”.
Parallelamente, la Commissione ha aperto la strada a una flessibilizzazione dei vincoli sulle emissioni, ammettendo l’uso di biocarburanti e l’acquisto di crediti di carbonio esterni fino al 5 %. In questo scenario, la semplificazione normativa rischia di diventare un sinonimo di ritrattamento politico, mentre il blocco parlamentare indica che il Green Deal, più che indebolirsi, è diventato terreno di contesa ideologica.
Due diligence, il bivio dell’Europa
Il voto di Strasburgo non sancisce la fine del Green Deal, ma ne segna un passaggio di maturità. L’Europa è chiamata a decidere se restare normatrice della sostenibilità globale o ridimensionarsi a campo di mediazione tra industria e transizione. La partita della due diligence non riguarda solo le imprese, ma la credibilità stessa del modello europeo: dimostrare che competitività e responsabilità possono convivere non è un atto ideologico, ma la condizione per restare protagonisti nel nuovo ordine economico.