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Recepita la Direttiva UE: tutela estesa ai temi sociali e sanzioni fino a 10 milioni di euro

La sostenibilità smette di essere terreno semantico libero. Con il Decreto Legislativo 30/2026, l’Italia dice stop al greenwashing e al social washing. In vigore dal 24 marzo e destinato a produrre pieni effetti nei prossimi mesi, con questo decreto l’Italia recepisce la direttiva europea 2024/825 e introduce un quadro più stringente contro pratiche di comunicazione ingannevole legate a ambiente e responsabilità sociale. Per molte aziende il cambiamento non riguarda solo marketing e advertising, ma tocca governance, compliance, procurement, investor relations e reputazione.

Greenwashing e social washing in Italia, dal claim generico alla prova verificabile

Il decreto definisce in modo più preciso i concetti di dichiarazione ambientale ed etichetta sostenibile, intervenendo su formule spesso usate in modo elastico. Espressioni come “green”, “eco”, “sostenibile”, “climate friendly” o “carbon neutral” non potranno essere impiegate senza basi documentate, metodologie chiare e, nei casi previsti, verifiche indipendenti. Un’affermazione ambientale dovrà essere dimostrabile, comparabile e comprensibile per il consumatore medio. Viene inoltre rafforzato il contrasto a pratiche commerciali che suggeriscono benefici ambientali marginali, temporanei o non rilevanti rispetto al messaggio complessivo.

Entra nel radar anche il social washing

La novità più interessante riguarda l’estensione del perimetro ai temi sociali. Dichiarazioni fuorvianti su diritti umani, condizioni di lavoro, inclusione, parità di genere, diversity o filiere etiche potranno essere trattate con la stessa severità riservata al greenwashing. La dimensione “S” dell’ESG esce così dalla zona grigia narrativa e diventa materia di accountability.

Le sanzioni previste possono arrivare fino a 10 milioni di euro, con criteri legati a gravità, durata della violazione, dimensione economica e impatto sul mercato. Per le imprese italiane si apre quindi una stagione diversa. Chi dispone già di supply chain tracciabili, certificazioni credibili, audit sui fornitori e reporting coerente con la CSRD parte avvantaggiato. Altri dovranno rivedere processi interni prima ancora che le campagne esterne.

Cosa cambia davvero tra il 2026 e il 2028

Nel medio termine la compliance potrebbe incidere su tre aree concrete: accesso al credito sostenibile, punteggi negli appalti, attrattività verso talenti sensibili ai temi ambientali e sociali. Il decreto, inoltre, si inserisce in un quadro europeo che premia durabilità dei prodotti, trasparenza e modelli circolari. Per molte aziende non sarà una rivoluzione improvvisa. Sarà un test di maturità.

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