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Brand primo per trasparenza e impegni green, ma multata dall’UE per pratiche anticoncorrenziali: il caso Gucci svela i limiti di una sostenibilità che misura tutto, tranne la coerenza

Gucci è l’allievo modello della sostenibilità: report impeccabili, trasparenza record, riduzioni di emissioni superiori alla media del settore. Eppure, poco tempo dopo l’essere piazzato al vertice dei brand più responsabili del mondo, Bruxelles sanziona la maison fiorentina per concorrenza sleale. Il caso, tutt’altro che isolato, rappresenta un cortocircuito esemplare, una contraddizione perfetta: il brand più trasparente del fashion inciampa sulla governance. E la domanda diventa inevitabile: quanto vale la sostenibilità, se non regge alla prova dell’etica?

L’ossimoro Gucci

Nel rapporto Fashion Transparency Index 2023, Gucci ottiene l’80% e si colloca seconda su 250 brand globali, con una media generale del 26%. Sul fronte ambientale, ha dichiarato una riduzione del gas a effetto serra di -47 % rispetto al 2015 e una riduzione della total footprint del -44 % sempre dal 2015.

Oggi, dopo la sanzione inflitta per per pratiche anticoncorrenziali in violazione delle norme sul mercato unico, Gucci rappresenta l’ossimoro perfetto della sostenibilità contemporanea: eccellente nella trasparenza («e») e nelle performance ambientali/sociali («s»), ma carente nella governance («g») e nell’etica di mercato. Nel lusso, come altrove, la sostenibilità non è mai stata una disciplina lineare: è convergenza poligonale di misure e doveri, economie e diritti. 

La disciplina della sostenibilità 

L’errore più diffuso è trattare la sostenibilità come un monoblocco morale. In realtà, l’ESG nasce come sistema multidisciplinare. Le violazioni antitrust mostrano che un comportamento economicamente scorretto è anche ambientalmente e socialmente insostenibile. Una distorsione sul mercato produce disuguaglianza e ridotto accesso ai benefici del valore.

Gli indici continuano a premiare la disclosure – ciò che un’azienda dichiara o lascia trapelare – ma trascurano la compliance, ovvero come si comporta davvero, non incorporando parametri di fair competition o gli esiti di procedimenti antitrust. In questo caso, la maison di lusso appare come esempio di trasparenza asimmetrica, con altissima capacità di raccontarsi, ma zone grigie nel perimetro della legalità e della concorrenza. La distanza metodologica tra reporting ESG e compliance legale, come avvenuto per il commissariamento di Tod’s, è oggi uno dei punti più fragili del sistema.

La governance come frontiera della nuova sostenibilità

Fin dall’entrata in vigore nel 2023, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) impone alle imprese di rendicontare non solo le performance ambientali e sociali, ma anche integrità, legalità e concorrenza equa, secondo gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS). Eppure il caso Gucci esemplifica la scissione tra reporting e comportamento reale. In altri termini, la governance non è ancora diventata cultura.

Per l’intero comparto del lusso la lezione è chiara: estendere la due diligence oltre la filiera produttiva, fino alle pratiche commerciali e distributive; integrare in modo operativo i reparti ESG, legale e comunicazione, oggi spesso separati; considerare le sanzioni antitrust come indicatori di rischio non solo finanziario, ma al pari delle emissioni o dei diritti dei lavoratori.

Il nodo percettivo: sostenibilità e fiducia

In questo contesto, nonostante i punteggi elevati, la fiducia dei consumatori non segue automaticamente le classifiche. Secondo un’analisi di RetailBoss, solo il 20% considera Gucci un brand di lusso leader nella sostenibilità. Il dato rivela che la reputazione si costruisce anche sulla coerenza percepita. Nel mondo post-greenwashing, la nuova sfida sarà evitare il governance washing: brand impeccabili ma incoerenti nella condotta.

E in un mercato del lusso sempre più sotto osservazione da autorità, media e investitori, la sostenibilità torna a essere innanzitutto una questione di fiducia.

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