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Alcune recenti statistiche hanno evidenziato come l’industria del Bitcoin rappresenti una considerevole fonte di inquinamento ambientale, incidendo significativamente sui ritmi del cambiamento climatico: i dati raccolti mostrano che il Bitcoin necessita di circa 150 terawattora di elettricità all’anno – una quantità che supera il consumo nazionale dell’Argentina – e che la produzione di questa mole di energia rilascia annualmente circa 65 mega tonnellate di anidride carbonica.

Eppure, la domanda di energia da parte dell’ecosistema delle criptovalute cresce di giorno in giorno, mentre le società di mining proseguono la loro corsa alla costruzione di infrastrutture sempre più complesse e rapide.

Mining di Bitcoin: come è diventato così energivoro

Sono sempre maggiori le preoccupazioni espresse dai governi e da numerosi esperti in materia di ambiente riguardo l’elevato consumo energetico generato dall’industria del Bitcoin. Basato interamente sulla tecnologia, l’ecosistema Bitcoin impiega una serie di processi produttivi e applicazioni il cui funzionamento è alimentato dall’energia elettrica

Il mining è un processo di verifica indispensabile per l’economia del Bitcoin: al fine di confermare la legittimità delle transazioni, vengono utilizzati potenti computer collegati alla rete Bitcoin che eseguono complesse operazioni matematiche. Per questo servizio i minatori digitali sono ricompensati attraverso i Bitcoin, un incentivo finanziario che li spinge a continuare ad operare.

All’alba dell’avvento del Bitcoin, gli appassionati di criptovalute potevano estrarre le monete elettroniche utilizzando software domestici di ridotta complessità, ma con la crescita del mercato degli asset digitali, la risoluzione delle operazioni necessarie a ottenere Bitcoin è diventata sempre più impegnativa, determinando una crescita esponenziale della quantità di energia impiegata per la loro generazione.

Attualmente il mining di Bitcoin è una realtà estremamente competitiva, che vede sempre più multinazionali investire in hardware altamente efficiente nel tentativo di conquistare nuove quote di questo redditizio mercato. La forte dipendenza del settore dall’elettricità prodotta da impianti a combustibile fossile e a carbone ha suscitato crescenti timori per il suo impatto sulle risorse energetiche del pianeta. 

Come arginare l’elevato consumo di energia del Bitcoin

Stando alle rilevazioni del Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index gli Stati Uniti (42%), il Kazakistan (21%), la Russia (13%) e il Canada (11%) sono i maggiori creatori di Bitcoin. Le autorità governative, come pure gli investitori del settore, nel tempo hanno proposto diverse strategie per contenere l’elevato consumo energetico che caratterizza l’industria delle criptovalute. Un caso eccezionale è rappresentato dalla Cina – detentrice nel maggio 2021 del 75% delle estrazioni globali – balzata agli onori delle cronache per la messa al bando di ogni operazione di mining.

Secondo il parere degli esperti, per ridurre il consumo energetico del Bitcoin e limitare le sfide ambientali legate allo sviluppo di questo settore, è necessario elaborare strategie innovative. Tra le chiavi di intervento adottate dalla maggior parte delle società di mining di criptovalute per ridurre l’impatto ambientale delle monete elettroniche c’è la ricerca di energia pulita, abbondante e a basso costo, con il passaggio a fonti di energia verde, tra cui il solare, l’eolico e il nucleare. 

Ulteriori ipotesi di contenimento delle esternalità negative ambientali dell’industria del Bitcoin prevedono l’introduzione di una carbon tax da imporre a chi svolge professionalmente l’attività di mining, nonché l’applicazione di una tassa sulle transazioni in criptovalute, la cui raccolta spetterebbe alle società che gestiscono le piattaforme di scambio.

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