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FT: il sistema della cattura e stoccaggio ha permesso alla multinazionale del fossile di registrare 5,7 milioni di crediti senza riduzioni equivalenti di CO₂

Venduti crediti di carbonio “inesistenti”. La compagnia britannica con radici in Olanda Shell, notizia riportata dal Financial Times, avrebbe ceduto crediti di CO2 per un totale che va oltre le emissioni (quasi il doppio) rimosse dall’atmosfera dal suo impianto di cattura e stoccaggio di carbonio che si chiama “Quest”, in Canada. 

Sempre secondo il FT, il sistema della cattura e stoccaggio ha permesso alla multinazionale del fossile di registrare 5,7 milioni di crediti senza riduzioni equivalenti di CO2. Un colpo allo sviluppo della tecnologia CCS, che alcuni paesi, come appunto Canada e Stati Uniti, ritengono un asset decisivo nella lotta al climate change. 

Sempre Shell è stata al centro di un caso eclatante di greenwashing degli ultimi anni, con il ricorso a un tribunale olandese all’Aja in merito alla condanna arrivata nel 2021 per non aver ridotto la quantità di emissioni nell’ambiente. Quel tribunale aveva ordinato alla compagnia britannica la riduzione del 45% delle emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019. Un caso destinato a produrre giurisprudenza, in sostanza è stato un tribunale – e non un Paese o un ente terzo – a imporre a un’azienda di rispettare quanto fissato sul clima dall’Accordo di Parigi, anche non essendoci un obbligo. Ed è il punto centrale della questione: il tribunale olandese ritiene colpevole il colosso del petrolio in materia di clima, mentre Shell ha posto in evidenza l’assenza di un obbligo di riduzione delle emissioni

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