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L’organizzazione Ocean Cleanup ha raggiunto quota 200 mila kg di rifiuti plastici recuperati nelle acque dell’Oceano Pacifico. Il prossimo traguardo è il recupero del 90% del materiale gialleggiante negli oceani entro il 2040
La macchina “ingoia rifiuti” sta funzionando. In oltre dieci anni ha raccolto oltre 200 mila tonnellate di plastica, di rifiuti disseminati nelle acque dell’Oceano Pacifico. C’era un diffuso scetticismo, intorno a Ocean Cleanup, organizzazione che nel 2013 ha progettato un’immensa barriera, trainata da navi per dragare il Pacifico e ripescare la plastica, in superficie e nei fondali. Nei giorni scorsi il profilo Twitter di Ocean Cleanup ha annunciato il raggiungimento dell’obiettivo, rilanciando verso il prossimo: si alza la posta, ovvero si lavora per la rimozione di almeno il 90% della plastica galleggiante nel Pacifico e nel resto dei mari della Terra. Forse il traguardo è eccessivamente ambizioso, ma anche la quota di 200 tonnellate sembrava utopia quando nel 2011 un adolescente olandese, Boyan Slat, mentre era in vacanza in Grecia fu sorpreso dalla sfilata dei sacchetti di plastica piuttosto che dei pesci durante le sue immersioni subacquee. Da quel momento, il giovane studiò l’origine geografica della plastica, il trasporto di questo materiale inquinante grazie alle correnti oceaniche, la creazione di vere e proprie isole di plastica che galleggiano in mezzo agli oceani, la più grande delle quali è il Great Pacific Garbage Patch, con un’estensione pari a tre volte la Francia. Secondo gli studi della rivista Scientific Reports, l’isola è alimentata soprattutto dai rifiuti prodotti dalla pesca industriale, soprattutto da Giappone e Cina. L’anno successivo, Boyan Slat ha tenuto un discorso TEDx sulla necessità urgente di liberare gli oceani dalla plastica utilizzando la tecnologia. Quel discorso, divenuto virale grazie ai social, è ciò che gli ha permesso di fondare l’organizzazione Ocean Cleanup.
Il salto di qualità nella raccolta del materiale plastico nelle acque del Pacifico si è avuto cinque anni fa con il modello System 001, realizzato per attraversare la macchia e tirare con una rete i rifiuti, poi la versione aggiornata System 002, che ha consentito di recuperare 100 tonnellate di rifiuti. Recentemente è stata presentata l’evoluzione, il System 003: dimensioni da 2,5 km, dovrebbero ripulire il 50% dell’isola di spazzatura ogni cinque anni. Ma non solo. Per raccogliere e rimuovere la plastica che già si trova negli oceani, gli attivisti dell’organizzazione hanno messo a punto barriere artificiali a forma di U che, come fossero una gigantesca rete, trascinano la plastica dispersa e la concentrano in appositi contenitori, sottraendola al moto delle onde.
La sfida resta complicata, anzi di più: la rivista Nature Ecology & Evolution ha pubblicato uno studio sulla riproduzione di specie di pesci collocati all’interno dei detriti. E nell’area del Pacifico ci sono anche due isole galleggianti, poi due nell’Atlantico e una nell’Indiano.