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Dietro la promessa sostenibile delle piattaforme di second-hand si nascondono impatti visibili e invisibili: il rischio è di alimentare un nuovo consumismo travestito da scelta etica

Il second-hand sta vivendo una stagione di espansione globale, promosso come antidoto sostenibile al fast fashion. Ma questa crescita vertiginosa solleva un interrogativo: siamo di fronte a un cambio di paradigma o al semplice volto green di un consumismo che cambia abito?

Piattaforme di second-hand: un settore in piena ascesa

Secondo l’ultimo Resale Report di ThredUp, il mercato globale della moda second-hand raggiungerà i 367 miliardi di dollari entro il 2029, trainato da innovazioni come il social commerce, l’uso dell’intelligenza artificiale e il crescente coinvolgimento di istituzioni e policy maker, che stanno trasformando il resale in un segmento sempre più strategico per l’intera filiera retail.

Sostenibilità reale o percepita? Il rebound effect

I benefici ambientali del second-hand sono concreti: sempre secondo ThredUp, acquistare un capo usato riduce del 79% le emissioni di CO2 rispetto all’acquisto di un capo nuovo e riduce significativamente il consumo di acqua ed energia necessari per la produzione di tessuti nuovi.

Tuttavia, la studiosa polacca Agnieszka Ciechelska, esperta di economia circolare nel settore tessile, richiama l’attenzione sul rebound effect: «I consumatori che acquistano abiti di seconda mano tendono ad acquistarne un numero crescente, vanificando in parte i benefici ambientali attesi». Più il second-hand diventa accessibile, più si rischia di alimentare un consumo veloce e continuo, compromettendo l’intenzione di sostenibilità.

Piattaforme di second-hand, modelli di business e impatti nascosti

Il panorama delle piattaforme di second-hand si divide tra il modello peer-to-peer, come Vinted e Depop, che favoriscono la vendita diretta tra utenti, e il modello centralizzato, come Vestiaire Collective, che garantisce autenticità e qualità ma centralizza logistica e spedizioni.

Dietro la promessa sostenibile del second-hand si nascondono però impatti invisibili: spedizioni internazionali, packaging e trasporti che generano comunque emissioni di CO2. In più, la collaborazione tra alcune piattaforme e i grandi marchi rischia di replicare la stessa logica accelerata del fast fashion, ma in versione riciclata.

Da necessità a scelta identitaria

Culturalmente, l’usato non è più sinonimo di necessità, ma di scelta consapevole e distintiva. Comprare second-hand significa oggi cercare capi unici, valorizzare la memoria degli oggetti, esprimere un’identità stilistica più autentica. È il successo dell’estetica vintage e dell’upcycling, il riuso creativo di materiali e abiti per trasformarli in nuovi pezzi, spesso artigianali.

Questa trasformazione culturale è fra gli asset più potenti per consolidare il second-hand come pratica sostenibile, ma solo se accompagnata da un cambio di paradigma: comprare meno, comprare meglio.

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