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Non c’è dubbio, la proliferazione delle grandi catene di abbigliamento che ha accompagnato i processi di globalizzazione ha avuto effetti profondamente democratizzanti sull’industria della moda. 

Negli ultimi decenni la grande dilatazione delle filiere di distribuzione di questo comparto ha permesso a sempre più consumatori rispetto al passato di indossare trend provenienti da ogni angolo del mondo, e di acquistare indumenti a prezzi molto distanti da quelli dei marchi della haute couture. Sebbene il fast fashion offra ai consumatori una serie di benefici immediati, i sempre più gravi problemi ambientali ed etici che circondano questo fenomeno rimangono irrisolti, proiettando ombre sul futuro del pianeta. 

Secondo alcuni recenti rapporti McKinsey, il consumo annuo globale di capi di abbigliamento supera i 100 miliardi di unità e, nel complesso, al settore della moda è imputabile la produzione di 92 milioni di tonnellate di scarti che ogni anno finiscono nelle discariche.

Quali sono i principali fattori che causano la produzione di sprechi nell'industria della moda?

Le maggiori criticità per quanto riguarda la produzione di scarti nel settore della moda emergono come conseguenza di un insieme di concause.

A fronte dei cicli frenetici che innescano continui processi di rinnovamento nell’industria della moda, molti articoli vengono prodotti e acquistati in quantità eccessiva dai rivenditori. Questa sovrapproduzione ha un costo elevato in termini di sostenibilità ambientale. 

Le spedizioni in eccesso accrescono le emissioni di CO2 e, inoltre, gli scarti di produzione devono essere continuamente smaltiti per consentire la vendita di nuovi articoli. 

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Come intervenire sul piano tecnologico

Soprattutto nell’ambito del fast fashion, questo genere di pratiche dannose è responsabile della produzione di livelli elevatissimi di inquinamento e di rifiuti. Concentrare i propri sforzi sull’ottimizzazione e sull’efficientamento dei processi produttivi permetterebbe alle aziende del settore di ridurre notevolmente il proprio impatto sull’ambiente.

L’uso intelligente della tecnologia può contribuire a minimizzare la produzione di sprechi e a contenere le emissioni di anidride carbonica provenienti dall’industria della moda, preservando al contempo i profitti delle imprese che popolano il settore: riguardo alla necessità di creare filiere produttive più sostenibili, quali tecnologie sono in grado di offrire i migliori risultati se impiegate nell’ambito del settore tessile?

L’utilizzo della tecnologia di identificazione a radiofrequenza (RFID) nei magazzini o nei punti vendita al dettaglio è in grado di facilitare le operazioni che consentono di gestire i flussi di merci. I sistemi di identificazione automatica delle merci non solo permettono ai prodotti di raggiungere più velocemente i magazzini e i rivenditori, ma abbattono anche gli sprechi dovuti alle spedizioni di merce verso destinazioni errate o in quantità eccessive, riducendo le eccedenze che il retailer non è in grado di vendere.

Insieme all’uso dei tag RFID, anche l’AI può agevolare le operazioni di coordinamento del trasporto dei prodotti. L’impiego delle tecnologie di intelligenza artificiale (AI) all’interno dei punti vendita, ad esempio, consente di individuare i capi che vengono provati in camerino, ma che non vengono acquistati. Nel caso in cui un retailer esaurisca rapidamente alcuni prodotti o determinate taglie, l’AI è inoltre in grado di fornire indicazioni precise in merito agli ordini da incrementare a quelli da diminuire o non replicare.

Dalla combinazione di queste due tecnologie possono derivare vantaggi sostanziali: produrre il giusto volume di capi d’abbigliamento e assicurarsi che vengano spediti verso le destinazioni corrette rappresentano elementi fondamentali per il successo e la sostenibilità del settore della moda. 

Soltanto nel caso delle catene di vendita al dettaglio, riuscire a limitare il livello di emissioni generate nell’ambito delle proprie attività – distinte, quindi, rispetto ai processi di produzione delle materie prime del settore – potrebbe portare a una riduzione del 20% delle emissioni totali di anidride carbonica: un approccio più efficiente al trasporto, alla vendita al dettaglio e all’imballaggio consentirebbe infatti un risparmio di 308 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2030.

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