![]()
La richiesta di commissariamento da parte della Procura di Milano apre un fronte di responsabilità legale e reputazionale nella gestione delle catene di fornitura. Il governo convoca un tavolo straordinario sul Made in Italy e prepara una certificazione preventiva di legalità sociale e ambientale per i brand
Quando la sostenibilità resta solo un bollino e non una pratica di filiera, diventa insostenibile. Ma soprattutto un punto di vulnerabilità. La richiesta di commissariamento del gruppo Tod’s da parte della Procura di Milano – per presunti episodi di sfruttamento e violazione delle norme sul lavoro da parte di subfornitori – evidenzia quanto la due diligence sociale sia ormai un requisito sostanziale di governance, che, quando assente, pone le aziende in un frullatore mediatico e giuridico distruttivo.
Caso Tod’s, dinamiche giudiziarie e criticità di controllo
Secondo le ricostruzioni ufficiali, l’inchiesta riguarda quattro stabilimenti collegati alla filiera Tod’s, tra Vigevano, Baranzate e le Marche, dove gli inquirenti hanno descritto “condizioni di lavoro ottocentesche”: salari irregolari, lavoro notturno, macchinari privi di dispositivi di sicurezza e ambienti fatiscenti. Il gruppo Tod’s non risulta indagato, ma viene chiamato in causa per presunti omessi controlli lungo la catena di subappalti. In un comunicato ufficiale, l’azienda ha ribadito la propria estraneità ai fatti e la presenza di audit costanti, dichiarandosi disponibile a collaborare con le autorità.
Per i magistrati, la responsabilità non è nell’azione diretta, ma nella mancata vigilanza sulla terza parte produttiva, un punto oggi cruciale nella normativa europea sulla sostenibilità.
Il contesto normativo: da obbligo reputazionale a obbligo di due diligence
La vicenda si colloca nel quadro dell’entrata in vigore della Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD, 2024/1760/UE), che impone alle imprese europee di identificare, prevenire e mitigare i rischi di violazioni ambientali e dei diritti umani lungo le catene di fornitura. Le imprese italiane con oltre mille dipendenti e 450 milioni di fatturato, e progressivamente le medie imprese con 250 dipendenti, sono tenute a integrare meccanismi di risk assessment, piani di mitigazione e verifiche documentate sui propri fornitori. Parallelamente, gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) previsti dalla CSRDCSRD - Corporate Sustainability Reporting Directive La CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) è una direttiva dell'Unione Europea che obbliga le aziende di grandi dimensioni a divulgare informazioni dettagliate sul loro impatto sociale e ambientale, promuovendo la trasparenza e la sostenibilità aziendale. Approfondisci rendono obbligatorio il reporting sulle catene di valore e sulla governance dei fornitori, trasformando la trasparenza della filiera da buona pratica a elemento misurabile di conformità.
Nel caso Tod’s, l’ipotesi dei magistrati richiama proprio la logica della CSDDD: l’assenza di controllo strutturato può configurare un’omissione di governance ESGESG ESG è l'acronimo di Environmental, Social, and Governance, che si traduce in italiano come Ambientale, Sociale e Governance. Questi tre componenti sono utilizzati per valutare l'impatto sostenibile e le pratiche etiche di un'azienda o di un'organizzazione. Ecco una spiegazione... Approfondisci, anche in assenza di dolo.
La reazione istituzionale: un “bollino legale” per la filiera
La risposta del governo è arrivata con la convocazione di un tavolo straordinario sulla moda da parte del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, con la partecipazione di Confindustria Moda, Camera Nazionale della Moda Italiana, Fondazione Altagamma e Confartigianato Moda. Obiettivo: introdurre un ente terzo di certificazione preventiva della legalità della filiera, che attesti il rispetto di standard sociali e ambientali per i brand che producono in Italia.
Secondo il MIMIT, il nuovo meccanismo consentirebbe di “garantire la piena legalità della filiera e valorizzare chi opera nel rispetto delle norme sul lavoro e sull’ambiente”, evitando che pochi casi compromettano la reputazione del Made in Italy. Il modello mira a integrare il sistema di conformità nazionale con gli SDGs 8 e 12 (lavoro dignitoso e produzione responsabile) e con i principi di tracciabilità previsti dall’ESPR (Ecodesign for Sustainable Products Regulation).
Caso Tod’s, implicazioni per le imprese: audit, accountability e tracciabilità
Il caso Tod’s rappresenta un warning case. Fra i principali punti critici, emerge, sul piano della governance, la necessità di estendere i controlli oltre il primo livello di fornitura e di documentare i processi di verifica. Sul piano dell’accountability, il rischio reputazionale diventa rischio giuridico, con possibili sanzioni o commissariamenti in caso di mancata vigilanza. Infine, la mappatura della filiera deve passare da un approccio descrittivo a uno predittivo, basato su sistemi digitali e blockchain per la gestione documentale. In prospettiva, la reportistica ESG dovrà evolvere da dichiarazione ex post a strumento di sorveglianza ex ante, capace di individuare anomalie prima che diventino crisi reputazionali o legali.
Dal valore dichiarato al valore verificato
Il caso Tod’s sottolinea il confine tra sostenibilità dichiarata e sostenibilità verificabile. Nel nuovo scenario normativo e tecnologico, la credibilità del Made in Italy passerà per meccanismi di assurance indipendente, audit di terza parte e trasparenza integrale delle catene di fornitura. Se l’Italia, come ha dichiarato il ministro Urso, intende fare del “Made in Italy una bellezza nella legalità”, il caso Tod’s potrebbe rappresentare un punto di svolta per passare dalle dichiarazioni ai controlli, dalla responsabilità reputazionale a quella sostanziale. Per le imprese, significa internalizzare la sostenibilità nella governance aziendale, passando dai codici etici alle metriche di controllo, dai valori alla compliance. In una parola: dimostrare, non dichiarare.