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Partner PwC Italy ESG a Sostenibileoggi.it: “Per imprenditori e governo italiano la normativa porta costi addizionali alle imprese”

Berlino si smarca, l’Italia segue. Contrariamente alle attese, non è passata al Consiglio Ue l’applicazione del testo provvisorio della norma sulla dovuta diligenza sulla sostenibilità aziendale, l’ormai nota CSDD. Decisiva l’astensione da parte tedesca (con l’appoggio del governo italiano). Gaia Giussani, Partner PwC Italy ESG, racconta a Sostenibileoggi.it lo scenario attuale intorno alla Direttiva, tra punti di forza e altri che potrebbero essere oggetti di revisione.

Perché è importante l’approvazione di una direttiva come la CSDD?

Si tratta di un percorso di quattro anni di lavoro, la CSDD è uno degli elementi chiave della strategia dei New Green Deal dell’Ue, come la CSRD che è già stata approvata e come altri elementi del pacchetto di iniziative strategiche che mira ad avviare l’Ue sulla strada di una transizione verde, con l’obiettivo ultimo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. La normativa è importante perché introduce obblighi di due diligence in capo alle organizzazioni e definisce un quadro normativo europeo di riferimento. Da anni ci sono grandi aziende che hanno già adottato processi volontari e politiche sulla due diligence o per la compliance con normative locali, come in Germania e Francia, ma l’adozione di un framework condiviso dagli Stati europei rappresenta un ulteriore passo in avanti verso l’armonizzazione delle Direttive.  

Cosa spinge la Germania a mettersi di traverso l’approvazione? Su quali settori Berlino pensa di subire contraccolpi?

Sul testo sembrava ci fosse convergenza ma sono emersi dei punti divisivi nella lettura finale del documento. Non credo sia un tema di settore, Berlino ha aveva già in vigore una normativa sulla due diligence, alcuni partiti del governo di coalizione hanno evidenziato che la Direttiva, ancora più restrittiva della norma locale, sarebbe troppo complessa, con troppi vincoli anche per le PMI. Si verificherebbe infatti un aumento dei costi di compliance per le aziende e costi derivanti dal sistema sanzionatorio con le possibili responsabilità per le aziende. Ma anche altri governi hanno mosso appunti e anche alcune associazioni di categorie a livello europeo. 

Perché l’Italia ha deciso di accordarsi alla Germania?

L’Italia aveva già espresso dubbi prima della scelta tedesca, sia imprenditori che il governo pensano che la normativa così come strutturata porti costi addizionali alle imprese che, specie le PMI,  non riescono a far fronte a queste spese senza  il supporto finanziario dell’Ue. Tuttavia, è importante evidenziare che non tutte le imprese sono contrarie alla CSDD: diverse associazioni hanno chiesto al governo italiano ed europeo l’approvazione della direttiva, in quanto probabilmente facenti parte di catene più complesse potrebbero beneficiare di un quadro normativo europeo. Non si può dire che ci sia un’ostilità univoca, piuttosto ci sono visioni diverse. La direttiva ora si trova in un limbo e probabilmente si riprenderà a discuterne dopo le elezioni europee.

Se non venisse approvata la direttiva, come si potrebbero garantire processi sostenibili ed eticamente corretti?

La direttiva CSDD è uno dei pilastri di un progetto di riforma, assieme alla CSRD che comunque affronta il tema della due diligence. Ce ne sono altre da sottolineare, come il Regolamento sulla deforestazione che riguarda la due diligence di alcuni settori specifici. Molte filiere non toccate dalla CSDD saranno colpite da altre misure e c’è la volontà delle aziende di continuare a lavorarci in forma volontaria perché lo richiede il mercato, lo chiedono i consumatori. La Direttiva potrebbe richiedere tempi più lunghi, ma se anche non fosse approvata, il processo verso la trasparenza, considerando i regolamenti che andranno in vigore, non si fermerebbe.

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