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L’intuizione di un medico nel dopoguerra è l’atto di nascita delle Paralimpiadi. La moglie Maria Stella: “Era un genio”

“Il pronostico è cambiato”. Così Antonio Maglio cambiava il destino di centinaia di persone. Professione neuropsichiatra rivoluzionario, la sua era una dolce sentenza capovolta nell’Italia del dopoguerra, dove una lesione midollare significava spesso immobilità permanente e sdegno per la propria vita. Armato di mani leggere e saggezza innovativa, Maglio, dirigente Inail negli anni Trenta, entrò nel punto esatto in cui la metodologia e il linguaggio clinici rischiavano di emettere condanne sull’esistenza delle persone con disabilità. Allora per lo più reduci di guerra, con il corpo smembrato dal lavoro al fronte e il fragore delle bombe ancora nella testa.

Il dottor Maglio guardava quei corpi feriti e rifiutava l’idea che il loro orizzonte fosse ristretto. “Ricordo la sua lungimiranza – racconta la moglie Maria Stella Calà, che compone il ritratto del marito scomparso nel 1988, come di una persona umile e buona – Osservava una persona e ci vedeva cosa potesse dare all’umanità”. Vedeva atleti, lavoratori, cittadini. Vedeva una possibilità concreta di ritorno al mondo.

Il medico venuto dal Cairo

Antonio Maglio, nato sulle sponde del Nilo l’8 luglio 1912, è stato la figura decisiva nella nascita dei Giochi Paralimpici. Da direttore del Centro paraplegici di Villa Marina a Ostia, sul litorale romano, dedicò la sua vita professionale al miglioramento delle condizioni esistenziali delle persone con lesione spinale e al loro reinserimento sociale. Fu lui a spingere perché Roma ospitasse, nel settembre 1960, i Giochi internazionali per atleti con disabilità, poi riconosciuti come la prima Paralimpiade della storia. Il Comitato Italiano Paralimpico e l’Inail lo ricordano ancora oggi come il medico che “ha gettato il seme” del movimento paralimpico moderno.

Ciò che sfugge alle biografie ufficiali è il potere dell’immaginazione del medico e dell’uomo. La capacità e l’energia clinica, organizzativa e radicalmente umana che lo accendeva e che gli ha permesso di scommettere sulla rivoluzione dell’autonomia in un’Italietta profondamente rigida e scossa, intrisa di assistenzialismo e pregiudizio.

Per questo, raccontare Maglio significa tenere insieme due movimenti. Da una parte quello della cronaca istituzionale. Il medico, il dirigente, l’inventore di modelli. Dall’altra una trama più intima e più viva. L’uomo che rifiuta il confinamento, che inventa strumenti, che passa il Natale con i pazienti, che costruisce attorno a un centro di cura qualcosa che somiglia a una famiglia irrinunciabile.

Villa Marina, o l’officina dell’autonomia

Il Centro paraplegici di Villa Marina, inaugurato dall’Inail nel 1957 con cento posti letto e trentotto degenti, divenne sotto la direzione di Maglio un presidio avanzato di riabilitazione. Il suo metodo seguiva una struttura allora considerata pioneristica. Dalla presa in carico del paziente alla terapia occupazionale, si innestava l’attività sportiva come dispositivo di riacquisizione di autostima e autonomia, traguardando così il reinserimento socio-lavorativo. Un programma sanitario e sociale preciso, costruito per restituire ruolo pubblico alle persone con lesione spinale. 

Dove la medicina degli anni Cinquanta tendeva a voler contenere le complicanze delle persone mielolese, Maglio immaginava per loro una vita piena. “Il pronostico è cambiato – afferma in un video dell’epoca diffuso dall’Inail – La persona diviene nuovamente membro attivo della comunità”.

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L’ispirazione da Guttmann

Lo sport, in questa storia, è il punto di svolta. Maglio osserva con attenzione l’esperienza del neurologo Ludwig Guttmann a Stoke Mandeville, dove dal 1948 lo sport agonistico entra nel percorso di recupero dei veterani con lesione spinale e dove nel 1952, con la partecipazione di una squadra olandese, prende forma il movimento paralimpico internazionale. Maglio raccoglie quell’intuizione e la trapianta a Ostia, adattandola al contesto italiano. Lo sport diventa uno strumento riabilitativo, psicologico, relazionale. Ridona forza al corpo, riaccende l’autostima, riorganizza il tempo, impone obiettivi. Introduce nella quotidianità del Centro ciò che prima appariva sfuggente e impossibile: l’appuntamento con il domani.

Il mare di Fiumicino

La scena che più di ogni altra racconta quella rivoluzione arriva dal litorale. Nella bella stagione, tre volte alla settimana, i ragazzi di Ostia si allenano nel nuoto nelle acque di Fiumicino. Arrivano lì in pullman, dove una barca li aspetta. Il nuoto in mare aperto tempra il corpo e, inoltre, richiede disciplina, rimettendo in circolo il coraggio. Per quei giovani uomini, spesso travolti dall’ondata della depressione e della sfiducia, il mare diventa il luogo in cui la propria esistenza resta ancora a galla. Bracciata dopo bracciata, sfuma l’immagine della stanza chiusa in cui passare il resto dei propri giorni e si ricostruisce la volontà di rincorrere l’orizzonte.

Al cuore del progetto di Maglio risiedeva l’attacco frontale all’idea che la persona con disabilità fosse destinata a una vita ridotta. “In un’epoca in cui prevale ancora la logica dell’assistenza e dell’indennizzo, lui lavora sul reinserimento”, sottolinea David Fletzer, primario del centro spinale di Ostia dal 1998 al 2015. Pensa alla vita lavorativa, alla relazione sociale, alla dignità come esperienza concreta. “L’Inail, in quel momento storico, decide di credere a questa impostazione e di sostenerla con risorse e strutture”, precisa Venceslao Tovaglia, medico ortopedico che ha iniziato la propria carriera proprio affiancando Maglio alla Fondazione Santa Lucia. 

Da quell’alleanza fra visione medica e responsabilità pubblica nasce l’avventura tutta italiana, ma poco conosciuta del paralimpismo.

Italia, Roma, 1960

Nel settembre 1960, una settimana dopo la chiusura delle Olimpiadi di Roma, la capitale ospita i IX Giochi internazionali per atleti paraplegici, poi riconosciuti nel 1984 come i primi Giochi Paralimpici estivi della storia. Partecipano 400 atleti in carrozzina provenienti da 21 Paesi. La squadra italiana è composta interamente da pazienti del Centro paraplegici di Ostia ed è la delegazione più numerosa. Conquista 80 medaglie, più di ogni altra nazione. Ma il dato più potente oltre il medagliere è l’irruzione nello spazio pubblico di atleti che la società tendeva a percepire come vite fuori campo. Roma 1960 costringe il Paese a cambiare sguardo. La disabilità entra nello stadio. Corre, si misura, vince e si prende il podio.

“Erano i suoi figli”

A dare ulteriore calore a questa storia è Maria Stella Calà, moglie di Antonio Maglio. Le sue parole spolverano la figura pubblica e la riportano nella materia quotidiana dei gesti. “Era un genio”, afferma. Poi precisa di che specie fosse quella genialità: “Era capacità di organizzare, dirigere, inventare, tenere insieme umanità e autorevolezza”. Racconta di avergli chiesto un giorno perché non avesse brevettato i tutori e gli ausili che aveva ideato. Lui, ricorda Stella, stava facendosi la barba e rispose con semplicità: “No, io non li ho brevettati, perché sarebbero costati di più alla persona disabile”. Una frase minuscola, tagliata col rasoio, ma dalla portata enorme. Dice di un’etica dell’accessibilità prima ancora che il termine diventasse linguaggio comune.

Se un paziente si aggravava, se arrivavano le piaghe da decubito – una minaccia gravissima per quei tempi – Maglio restava accanto al letto finché quella persona “non si rimetteva in piedi, in carrozzina”. “Le feste di Natale, le ricorrenze, i giorni comandati li trascorreva spesso con loro. Erano i suoi figli”, prosegue la signora Maglio. “La serietà professionale era sopra a tutto”

Stella e Antonio si conoscevano da sempre, abitavano nello stesso palazzo. Lei lo vedeva uscire all’alba e rientrare la sera tardi, quando non il giorno dopo. Poi, quasi all’improvviso, un incontro, una battuta, una telefonata in banca dove Stella lavorava. “Da lì in un anno e mezzo, massimo due, ci siamo sposati”, racconta. 

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Da Ostia al movimento paralimpico: costruire possibilità

Da quella villa affacciata sul mare parte una traiettoria che attraversa l’intera storia del paralimpismo italiano. Dalle prime squadre di invalidi di guerra alla crescita delle federazioni sportive dei disabili, fino alla trasformazione della Fisd in Comitato Italiano Paralimpico nel 2003 e al riconoscimento del CIP come ente autonomo di diritto pubblico nel 2015. Le strutture cambiano, le sigle si moltiplicano, il movimento si espande. Un movimento che vede come punto d’origine proprio il momento in cui un medico decide che la riabilitazione può produrre amore per la vita e desiderio di fuggire alla morte.

In questo contesto, Antonio Maglio si staglia sulla Storia e nelle storie delle persone che ha curato come un costruttore di possibilità. Un medico che ha visto nella fragilità estrema una materia di rinascita, da maneggiare con cura. Un dirigente che ha capito che la dignità va attrezzata con strutture, risorse, metodo. Un uomo che ha immaginato una famiglia là dove altri vedevano un reparto asettico. Prima delle medaglie, prima della retorica vecchia e nuova, c’è stato lo sguardo di una persona che guardava un’altra persona che il mondo considerava perduta e le diceva: “Il pronostico è cambiato”.

Si ringrazia Stefano Calà, nipote di Maria Stella Calà, per la condivisione del materiale e la preziosa collaborazione nel raccontare questa storia.

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