Tempo di lettura: 3 minuti

Loading

Dentro FX di Metadonors | Con Fabrizio Padovani il confronto sul ruolo del Terzo Settore nel leggere i bisogni sociali, sulla difficoltà di misurare l’impatto e sulle trasformazioni che attendono la sostenibilità nei prossimi anni

“Eventi come questo devono seminare, far crescere relazioni e sviluppare potenzialità”, afferma Fabrizio Padovani, analista ESG di Banca Etica, all’indomani della Fundraising Experience (FX), l’evento promosso da Metadonors di cui SostenibileOggi è media partner. E il senso della presenza di Banca Etica parte proprio dalla costruzione di uno spazio capace di produrre relazioni durevoli tra Terzo Settore e mondo corporate. Per Banca Etica, spiega Padovani, si tratta di una scelta strategica e coerente con la propria storia: “Il Terzo Settore è nel nostro DNA”.

Come nasce Banca Etica

In una fase storica in cui il Terzo Settore faticava a dialogare con il mondo bancario e a reperire risorse, si attiva un percorso che coinvolge la società civile e dà vita a un soggetto finanziario costruito attorno a un’altra idea di economia. È Banca Etica. Le realtà associative e gli ETS finiscono per diventare gli interlocutori naturali fin dall’inizio. Nel tempo, la banca impara a dialogare anche con il mondo profit, confrontandosi con logiche diverse. “Il Terzo Settore nasce per rispondere a bisogni sociali o ambientali. Il profit nasce con l’intento economico di generare valore – osserva Padovani – Per noi la sfida è fondere questi due paradigmi». In questa fusione, il punto di riferimento è l’interesse più alto”: il bene comune, letto attraverso categorie come giustizia, uguaglianza e pace.

Corporate fundraising, il Terzo Settore come capacità di immaginazione: il punto di Banca Etica

Per Banca Etica, il valore del confronto con il non profit è anche profondamente operativo. “Il Terzo Settore è molto vicino ai territori ed è quello che più di tutti riesce a leggere i bisogni sociali”, spiega Padovani. “Da questi bisogni nasce una capacità di immaginare soluzioni, che nel mondo profit si è un po’ persa”. In un contesto segnato da concentrazione della ricchezza, polarizzazioni crescenti e fragilità sociali diffuse, il non profit viene letto non come soggetto da sostenere in modo paternalistico, ma come risorsa. Un attore capace di leggere il presente e formulare alternative.

Profit e non profit: una doppia velocità

Secondo l’analista, la principale criticità nel dialogo tra imprese ed Enti del Terzo Settore risiede nella discrasia di paradigmi e di tempi. Dopo la crisi finanziaria del 2008, molte organizzazioni del Terzo Settore hanno cercato maggiore efficienza e una più forte capacità imprenditoriale, avvicinandosi in parte a logiche proprie del profit. Tuttavia, questo avvicinamento è rimasto parziale e ha mantenuto una visione di medio-lungo periodo.

Il mondo profit, invece, ha spesso estremizzato la spinta alla massimizzazione del profitto su orizzonti sempre più brevi. Da qui nasce una difficoltà concreta di interlocuzione: “Il mondo profit ragiona con una velocità decisionale che non appartiene al mondo no profit”. A complicare ulteriormente il quadro, è intervenuto il tema della sostenibilità, soprattutto per effetto della regolazione europea, che ha imposto alle grandi aziende una crescente attenzione verso le conseguenze sociali e ambientali delle proprie attività, la governance e la gestione dei rischi ESG.

Corporate fundraising, il nodo della misurazione dell’impatto per Banca Etica

C’è però un punto di frizione che resta aperto: la misurazione dell’impatto. “Il mondo del Terzo Settore agisce con l’obiettivo di generare impatti che non sono facilmente misurabili” – sottolinea Padovani – Dall’altro lato il mondo profit ha bisogno di dati misurabili e facili da comunicare”. Questa distanza produce un cortocircuito. Il non profit lavora spesso su trasformazioni lente, qualitative e relazionali, che richiedono tempo per manifestarsi. Il profit, al contrario, tende a privilegiare indicatori rapidi, sintetici, immediatamente rendicontabili. “Misurare l’impatto significa anche avere la pazienza di aspettare”. Ed è proprio questa pazienza che oggi manca più spesso nei contesti economici dominati dall’urgenza del risultato.

Il futuro fra innovazione frugale e purpose ambiziosi

Il futuro della sostenibilità? La sostenibilità presuppone innovazione. Dovremo appoggiarci all’innovazione, ma sarà un’innovazione frugale”, è la conclusione, richiamando l’idea del professor Mario Calderini. In altre parole, innovare tenendo conto della limitatezza delle risorse e della necessità di traghettare il modello economico verso una gestione compatibile con i limiti disponibili.

Per le imprese, questo significa spostare la sostenibilità ancora più in profondità. Se in una prima fase è stata soprattutto questione di comunicazione e marketing, e poi ha toccato le risorse umane, “ora la vera sfida sarà integrare la sostenibilità nei centri di ricerca e nell’innovazione. Per farlo, però, servono anche purpose ambiziosi. Senza un obiettivo trasformativo, la sostenibilità rischia di restare adattamento marginale”.

Oltre l’evento

Alla Fundraising Experience, Banca Etica porta dunque una genealogia, un metodo e una tesi. La sostenibilità sociale si costruisce coltivando relazioni, riconoscendo i limiti dei modelli esistenti e imparando dal Terzo Settore la capacità di leggere i bisogni e immaginare mondi diversi. Una semina continua. Una semina paziente.

Articoli correlati