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SostenibileOggi intervista Ermete Realacci, fondatore di Symbola e Presidente onorario di Legambiente

L’Italia ed il primato sull’economia circolare, il ruolo di Trump sulle politiche ambientali e le esigenze del mercato, il punto interrogativo sulle assicurazioni per danni catastrofali. Ne parla a SostenibileOggi Ermete Realacci, fondatore di Symbola, Presidente onorario di Legambiente e uno dei massimi esperti di politiche ambientali in Italia.

L’Italia è leader sull’economia circolare in Italia, riuscirà ad esserlo ancora sul lungo periodo?

I risultati vanno visti come un punto di partenza. Siamo un Paese di cripto-depressi, vediamo il male solo come debito pubblico o burocrazia che soffoca, e siamo incapaci di vedere nostri punti di forza. Esiste da tempo un mantra secondo cui ambiente non deve danneggiare l’economia: nessuno direbbe che l’ambiente non è importante, ma oggi è vero il contrario: se non accetti le sfide imposte dal mercato, l’economia ci perde. L’economia circolare è nata dall’Italia priva di materie prime e quindi si è dovuta “industriare” recuperando il materiale e consumandone meno. Recuperiamo quasi il 92% dei rifiuti poi immessi nei cicli produttivi, fattore ambientale ed anche economico, di competitività. Un’efficienza che diventa fattore di competizione.

Quanto le politiche ambientali risentiranno dall’arrivo di Trump?

Molto dipenderà anche dai cittadini, che possono acquistare prodotti con minore impatto ambientale. Trump anche nel primo mandato uscì dall’Accordo di Parigi e annunciò una campagna sul rilancio del carbone (“Trump digs coal”), ma il consumo di carbone è continuato a calare, perché per gli americani pragmatici conta il mercato. Ad esempio i texani hanno attivato più rinnovabili della California, per una questione di convenienza. Ci sarà sicuramente una cattiva politica e una cattiva informazione, e ci saranno dei conflitti possibili, magari tra Musk, produttore di macchine elettriche e Trump. Bisognerà vedere quale sarà l’orientamento di Trump sulle auto elettriche. Questo dovrebbe spingere anche gli ambientalisti a entrare nel merito e far capire che “essere buoni” conviene.

Parlando di USA, anche lì molte aziende non erano assicurate contro i danni catastrofali. Cosa ne pensi?

Si tratta di un tema complicato e impopolare. Io sono favorevole alla responsabilizzazione delle persone e che quindi ci siano delle assicurazioni contro gli eventi metereologici estremi. C’è una visione che tende a dire di stabilire delle fasce e che tutti debbano pagare allo stesso modo. Io non sono d’accordo: se costruisci nel posto sbagliato (colpa anche di chi lo permette), prenditi le tue responsabilità, e quindi non è giusto che i costi ricadano sulla collettività. Se deve essere una “tassa” la deve gestire lo Stato, non le compagnie assicurative. C’è anche la questione delle migrazioni, che verranno spinte sempre di più dal cambiamento climatico. Solo attorno al lago Chad, che si è rimpicciolito in modo estremo, ci sono popoli molto numerosi, e chi di loro potrà partire per vivere meglio, lo farà.

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