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Nel Pnrr ci sono progetti per 3,6 miliardi di euro destinati al nostro paese, che affronta una serie di ritardi e di dubbi sull’idrogeno verde

L’Europa sta provando ad accelerare sull’idrogeno. L’Italia, un po’ meno. Lo scorso anno la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato la creazione della Banca europea dell’Idrogeno, con un piano di investimenti miliardario su una delle fonti alternative all’utilizzo di combustibili fossili. Per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e della neutralità climatica, rispettivamente del 2030 e 2050, la Commissione europea sta spingendo sulla diffusione dell’idrogeno nel mix energetico, impiegato sia come combustibile a emissioni zero sia come vettore energetico in apposite batterie.

I dati sull’uso dell’idrogeno sul 2022 hanno mostrato però una diffusione limitata nell’Ue: meno del 2% sul totale di energia consumata. Inoltre il 96% dell’idrogeno utilizzato è derivato da fonti fossili: si tratta di idrogeno grigio o marrone, se prodotto da carbone. E’ ancora marginale la produzione di quello verde, ricavato da energia elettrica rinnovabile o blu, da gas metano e sistemi di cattura del carbonio.

Al momento di definire il Next Generation Ue, i paesi membri sono stati concordi nel destinare allo sviluppo sostenibile la quota più importante dei fondi (il 37% dei 750 miliardi di euro complessivi), anche più di quelli destinati alla transizione digitale. La scommessa è rispondere a minacce epocali come i cambiamenti climatici e il crescente inquinamento dell’aria, del mare e dei terreni con soluzioni in grado di non rallentare la crescita economica, bensì di orientarla in modo sostenibile. 

In Italia va ancora peggio: ci sono investimenti pianificati nel Pnrr per oltre 3,6 miliardi di euro ma ancora non è stata adottata una strategia di coordinamento. Gli interventi previsti nel Pnrr sono finalizzati alla costruzione di una prima rete di infrastrutture che permettano il passaggio dalla produzione da fonti fossili – o da energia elettrica da esse generata – a fonti rinnovabili e che ne stimolino l’utilizzo, principalmente nei settori ad alta intensità energetica, ma anche nei settori del trasporto stradale pesante e ferroviario. Tra le misure, una (entrata in vigore con un decreto legge ad aprile 2022) è relativa agli incentivi fiscali a sostegno della produzione e del consumo di idrogeno verde nel settore dei trasporti. E qui, almeno nei mesi scorsi, si sono rivelate le difficoltà, perché gli operatori italiani e anche Ferrovie dello Stato si sarebbero mostrati poco interessati a investire nell’idrogeno. 

Un’altra riguarda l’emanazione di norme di semplificazione amministrativa e riduzione degli ostacoli normativi alla sua diffusione. L’intervento di semplificazione normativa non è stato ancora finalizzato nella sua interezza. Sono state mancate così e scadenze europee: entro il primo trimestre 2023 sarebbero dovuti entrare in vigore i decreti attuativi con le disposizioni di sicurezza relative alla produzione, al trasporto e allo stoccaggio di idrogeno, procedure semplificate per costruire piccole strutture per la produzione di idrogeno verde e anche misure riguardanti le condizioni di costruzione delle stazioni di rifornimento a base di idrogeno.

Poi ci sono gli investimenti infrastrutturali previsti dal Pnrr, su cui si segue il programma europeo, come la costruzione di uno stabilimento industriale per la produzione di elettrolizzatori con capacità pari a 1 GW/anno o la realizzazione di almeno dieci stazioni di rifornimento a base di idrogeno per i treni lungo sei linee ferroviarie, lo svolgimento di almeno quattro progetti di ricerca e sviluppo sull’idrogeno, con l’ottenimento di almeno un certificato di collaudo o pubblicazione, per i quali sono stati aggiudicati i contratti di ricerca, la realizzazione di stazioni di rifornimento stradale a base di idrogeno e la partenza di progetti di sperimentazione delle linee per autocarri a lungo raggio, con finanziamenti per 36 progetti (l’Ue ne voleva 40). Anche in quest’ultimo caso sono sorti dubbi tra gli operatori, dopo la forte accelerazione sull’elettrificazione del settore auto. 

Insomma, in generale l’Italia è in ritardo e ci sono diversi dubbi sugli investimenti sull’idrogeno. A inizio aprile, nell’ambito del quadro temporaneo di crisi e transizione, il governo si è visto approvare dalla Commissione un regime da 450 milioni di euro a sostegno degli investimenti nella produzione integrata di idrogeno rinnovabile e di energia elettrica rinnovabile in aree industriali dismesse, al fine di promuovere la transizione a un’economia a zero emissioni nette. Un piccolo passo in avanti, c’è molto da recuperare. 

Eppure, la sensibilità italiana sul tema idrogeno è alta, anzi è precedente a quella di altri paesi europei. Sulle costruzioni, per esempio. Il primo esemplare di casa a idrogeno è italiano, realizzato quattro anni fa in Alto Adige: casa autosufficiente sul piano energetico che produce energia green, immagazzinata sotto forma di idrogeno per coprire il fabbisogno annuo. L’elemento innovativo e centrale è stato lo stoccaggio dell’idrogeno, con otto bombole da 100 kg, capaci di immagazzinare circa un chilo di idrogeno con un contenuto energetico di 33 kWh, E l’ulteriore prova delle capacità italiane si è avuto lo scorso anno a Benevento, con il varo del primo edificio, la Casa dello Studente, interamente alimentato a idrogeno puro, non inquinante. Progetto dell’Università del Sannio, la cella a combustibile o fuel cell alimentata al 100% da idrogeno è in grado di soddisfare sia le richieste elettriche sia le richieste termiche dell’edificio residenziale.

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