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Berlino (e anche l’Italia) si astiene: si blocca così l’approvazione del testo provvisorio della direttiva

Berlino prende tempo per l’applicazione della norma sulla dovuta diligenza nella sostenibilità aziendale, l’ormai nota CSDD, nell’ambito dei Paesi che fanno parte dell’Ue. Appena qualche giorno fa infatti c’è stata la decisiva astensione da parte tedesca (con l’appoggio del governo italiano) al Consiglio Ue che avrebbe dovuto sancire l’approvazione del testo provvisorio della CSDD. Invece si è consumato il rinvio, per prendere tempo e valutare i prossimi passaggi mentre il problema ovviamente persiste. L’ostacolo posto sarebbe dovuto all’imposizione burocratica determinata dalla normativa e all’aumento dei costi degli approvvigionamenti a livello industriale, ma in Germania restano favorevoli al testo socialdemocratici e Verdi. In ogni caso, i dubbi tedeschi incidono sull’applicazione della direttiva, per la popolosità della Germania (oltre 80 milioni di abitanti), ma ovviamente anche per il peso dell’economia tedesca sulle sorti dell’Unione europea

La storia della CSDD

Due anni fa il pacchetto di norme, che sostanzialmente rendono responsabili le aziende sull’impatto ambientale lungo la catena del valore, è stata proposta dalla Commissione Ue e si è arrivati a un testo condiviso tra Consiglio Ue e Parlamento Ue. Ora il nuovo ostacolo tedesco, dovuto alla definizione troppo ampia della catena del valore prevista dalla normativa. Un segnale da non sottovalutare: Berlino, seguendo l’esempio di Parigi del 2017, tre anni fa aveva già approvato una legge sulla due diligence aziendale

La questione dei diritti umani

Sull’applicazione della CSDD va ricordata la recente analisi di MSCI ESG Research, fornitore leader di strumenti e servizi di supporto decisionale critico per la comunità degli investitori globale, secondo cui molte aziende toccate dalla normativa non agirebbero al meglio sotto il profilo del rispetto dei diritti umani: solo metà delle imprese considerate dallo studio disporrebbe di meccanismi di reclamo per eventuali violazioni e il 25% delle aziende coperte dalla direttiva è stato oggetto di accuse di violazioni dei diritti umani negli ultimi tre anni. Di queste, il 4% è stato accusato di gravi violazioni

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