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Studio UNGC e Ipsos: il 17% ha fissato dei paletti sulla produzione di emissioni di gas che impattano sull’ambiente
La Cop 28 di Dubai si è chiusa da poco con alcuni impegni piuttosto probanti e con la presa di posizione della fine dei fossili entro il 2050 e sul boom previsto degli investimenti sulle rinnovabili entro il 2030, tutto in nome del climate change. Ma per contrastare concretamente il cambiamento climatico forse servirà ben altro per convincere le imprese, almeno quelle italiane. Lo studio condotto da Ipsos e dal Network italiano del Global Compact delle Nazioni Unite (UNGC), la più grande iniziativa di sostenibilità d’impresa al mondo – con prefazione del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin – presentato proprio a Dubai, evidenzia che solo il 20% delle imprese italiane ha ideato un piano sul climate change. Appena il 20% e anche meno, il 17%, ha fissato dei paletti sulla produzione di emissioni di gas che impattano sull’ambiente. Secondo lo studio, per arrivare a un cambio di prospettive il ruolo del settore privato sarà determinante, così come il sostegno alle imprese nel percorso verso la cosiddetta neutralità climatica. Certo, come rivela lo studio, non mancano le “giustificazioni” alle aziende per il mancato impegno anti-clima: per il 34% ci sono dei limiti economici che impediscono di procedere a degli investimenti green, per il 27% ci sono invece degli impedimenti burocratici e per la stessa fetta di interpellati è un ostacolo la mancanza di figure professionali adeguate.