![]()
Il colosso britannico non ha alcun obbligo legale di ridurre del 45% le proprie emissioni entro il 2030
Questa è una di quelle sentenze che, insieme all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, potrebbe determinare il futuro di diverse aziende del settore petrolifero. La causa in Olanda intentata da gruppi ambientalisti contro la britannica Shell, accusata di non fare abbastanza per tagliare le emissioni e quindi contribuire al contrasto del climate change, alla fine è stata respinta, innestando così la retromarcia rispetto a quanto stabilito tre anni fa. In sostanza, viene stabilito il principio che i giganti dell’oil non sono obbligati a ridurre le emissioni: nella fattispecie, Shell non ha alcun obbligo legale di ridurre del 45% le proprie emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019. Non c’è obbligo giuridico e questo cambia decisamente lo scenario. Se Shell fosse stata condannata, ci sarebbe stato un pesante precedente legale, con il rispetto dei diritti umani “usato” come base giuridica per obbligare le multinazionali ad adottare misure più ambiziose per ridurre le emissioni. Per Shell resiste, su volere della corte, l’obbligo di rispettare i diritti umani, compresi quelli relativi alla crisi climatica, ma senza implicazioni vincolanti dal punto di vista giuridico. Da questo momento in poi, se davvero questo fosse lo scenario, per le compagnie petrolifere, spaventate dalla miriade di accuse anche legali per la produzione di emissioni, la strada sembra essere in planata, piuttosto che in salita.