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Il pacchetto dovrà essere approvato dal Consiglio Ue e dal Parlamento Ue

La direttiva Omnibus dovrebbe portare un beneficio economico alle aziende europee di circa sette miliardi di euro. La stima arriva dalla Commissione Ue e sarebbe determinata dall’insieme delle norme con cui sono state ammorbiditi i testi della CSRD, ma anche della CSDD e della Tassonomia Ue. Citando le parole della Commissione, la Ue fa leva su questa semplificazione per “rafforzare la competitività delle aziende europee e stimolare la crescita, promuovendo un ambiente imprenditoriale favorevole ed evitando che le aziende siano soffocate da oneri normativi eccessivi”.

Il risparmio annuo che arriverebbe dalle modifiche all’ambito di applicazione della CSRD e delle altre normative sulla rendicontazione della sostenibilità ammonterebbe a circa 4,4 miliardi di euro, includendo anche 0,8 miliardi di euro dalla riduzione dell’ambito di applicazione della rendicontazione sulla Tassonomia. A questa cifra andranno aggiunti i costi una tantum dovuti all’implementazione dei processi di rendicontazione e verifica, quindi quelli del primo anno di attuazione e di adeguamento alle direttive che saranno evitati per le imprese ora esentate: si tratta, secondo le stime della Commissione Ue, di circa 1,6 miliardi di euro per la CSRD e gli ESRS e 0,9 miliardi di euro per la Tassonomia.

Le modifiche

Il processo legislativo europeo, a proposito della direttiva Omnibus, prevede che il pacchetto, una volta approvato, debba essere validato sia dal Consiglio Ue che dal Parlamento Ue. Sulla CSRD, si arriva a un allineamento del campo di applicazione alla CSDD: dovranno redigere un bilancio di sostenibilità solo le aziende con più di 1000 dipendenti (e un fatturato superiore ai 450 milioni), rispetto alla soglia attuale di 250 dipendenti. Così sarà esentato l’85% del numero di imprese che invece erano obbligate alla redazione del report. Meno di 10 mila, invece di 50 mila, con un paradosso: la soglia di 1000 dipendenti è superiore a quella della NFDR, pari a 500 dipendenti, con aziende che avevano già proceduto alla produzione del report, mentre con questa modifica ne sarebbero esentate. 

Ma c’è stata la revisione anche della normativa sulla due diligence: le imprese procederanno alla due diligence solo sui fornitori diretti con più di 500 dipendenti. Il processo si terrà ogni cinque anni e le aziende non saranno più tenute a pubblicare i piani di transizione. In più, le stesse aziende non dovranno più affrontare conseguenze se non riusciranno a rispettare le richieste, venendo meno la responsabilità civile. E ci sono dubbi sulla rendicontazione delle emissioni Scope 3 e sulle condizioni di lavoro sulla catena di fornitura.

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