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Oltre 360 sigle hanno firmato una dichiarazione in cui espongono le proprie preoccupazioni sulla normativa

Lo svuotamento del contenuto delle direttive sulla rendicontazione della sostenibilità, che diverrebbero così inefficaci e troppo dilatate nel tempo. Ci sono 360 organizzazioni della società civile europea che hanno siglato una dichiarazione in cui esprimono dubbi e preoccupazioni sulla direttiva Omnibus tesa alla semplificazione delle procedure per l’applicazione della CSRD, della CSDD e della Tassonomia Ue, spingendo così il Consiglio Ue ma anche il Parlamento Ue a respingere il pacchetto di proposte che riduce gli obblighi delle aziende e ritardando l’applicazione delle norme.

Tra le sigle che hanno firmato la richiesta ci sono anche le italiane Avanzi – Sostenibilità per azioni, Actionaid, Campagna Impresa2030, le organizzazioni di Cittadini per l’aria Onlus e Cittadini Reattivi ETS, la società di consulenza Eticambiente, l’Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale, che sostengono l’importanza di mantenere gli impegni dell’UE verso la sostenibilità e i diritti umani. Secondo le organizzazioni, in particolare il danno ci sarebbe sulle modifiche alla CSDD proposte nel pacchetto Omnibus: la responsabilità civile sarebbe in gran parte lasciata alla discrezione degli Stati membri, con il rischio di limitare l’accesso alla giustizia per le vittime dinanzi ai tribunali dell’Ue. Inoltre, le aziende dovrebbero valutare solo i danni prodotti dai partner commerciali diretti, non quelli lungo la supply chain.

La direttiva Omnibus

Secondo le stime della Commissione Ue, la direttiva Omnibus dovrebbe portare un beneficio economico alle aziende europee di circa sette miliardi di euro. La stima arriva dalla Commissione Ue e sarebbe determinata dall’insieme delle norme con cui sono state ammorbiditi i testi della CSRD, ma anche della CSDD e della Tassonomia Ue. Il risparmio annuo che arriverebbe dalle modifiche all’ambito di applicazione della CSRD e delle altre normative sulla rendicontazione della sostenibilità ammonterebbe a circa 4,4 miliardi di euro, includendo anche 0,8 miliardi di euro dalla riduzione dell’ambito di applicazione della rendicontazione sulla Tassonomia. A questa cifra andranno aggiunti i costi  una tantum dovuti all’implementazione dei processi di rendicontazione e verifica, quindi quelli del primo anno di attuazione e di adeguamento alle direttive che saranno evitati per le imprese ora esentate: si tratta, secondo le stime della Commissione Ue, di circa 1,6 miliardi di euro per la CSRD e gli ESRS e 0,9 miliardi di euro per la Tassonomia.

Le modifiche alle direttive

Sulla CSRD, si arriva a un allineamento del campo di applicazione alla CSDD: dovranno redigere un bilancio di sostenibilità solo le aziende con più di 1000 dipendenti (e un fatturato superiore ai 450 milioni), rispetto alla soglia attuale di 250 dipendenti. Così sarà esentato l’85% del numero di imprese che invece erano obbligate alla redazione del report. Meno di 10mila, invece di 50mila, con un paradosso: la soglia di 1000 dipendenti è superiore a quella della NFDR, pari a 500 dipendenti, con aziende che avevano già proceduto alla produzione del report, mentre con questa modifica ne sarebbero esentate. 

Ma c’è stata la revisione anche della normativa sulla due diligence: le imprese procederanno alla due diligence solo sui fornitori diretti con più di 500 dipendenti. Il processo si terrà ogni cinque anni e le aziende non saranno più tenute a pubblicare i piani di transizione. In più, le stesse aziende non dovranno più affrontare conseguenze se non riusciranno a rispettare le richieste, venendo meno la responsabilità civile. E ci sono dubbi sulla rendicontazione delle emissioni Scope 3 e sulle condizioni di lavoro sulla catena di fornitura.

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