Tempo di lettura: 2 minuti

Loading

Dal Rapporto ASviS 2025 emerge un Paese senza una strategia post-PNRR, con sei Obiettivi ONU in peggioramento. Crescono povertà e disuguaglianze, mentre l’Europa perde la leadership globale sulla transizione sostenibile

A cinque anni dalla scadenza dell’Agenda ONU 2030, l’Italia si muove a passo lento nella corsa verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Su 17 Goal, sei mostrano un peggioramento netto, tra cui povertà, disuguaglianze, tutela dell’acqua e biodiversità terrestre, mentre i miglioramenti si concentrano in pochi ambiti come energia pulita e transizione circolare.

La fotografia emerge dal Rapporto ASviS 2025, presentato alla Camera dei Deputati mercoledì 22 ottobre, alla presenza di istituzioni ed esperti. Il Paese sembra aver perso una regia politica della sostenibilità, con strategie frammentate e risultati non misurabili. La Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, adottata nel 2023, non è mai diventata un piano operativo. Il PNRR, ormai in fase conclusiva, non è riuscito a produrre una visione strutturale di medio periodo.

Italia in retromarcia sulla sostenibilità: crisi globali e indebolimento europeo

Nel 2025 l’Europa non guida più la transizione: arretra su ecosistemi, cooperazione e uguaglianza sociale. A livello mondiale, solo il 18% dei target dell’Agenda 2030 è in linea con gli obiettivi, secondo i dati ONU. L’aumento dei conflitti, la crescita della spesa militare e il calo dei fondi per la cooperazione aggravano uno scenario in cui sostenibilità e stabilità politica tornano intrecciate.

L’Italia riflette la stessa fragilità. Le disuguaglianze territoriali si allargano, la qualità del lavoro rimane precaria, e la decarbonizzazione procede a velocità disomogenea tra Nord e Sud. La mancata integrazione tra politiche ambientali, economiche e sociali rende il Paese vulnerabile agli shock energetici, climatici e demografici che definiranno il prossimo decennio.

Le leve della trasformazione: governance, conoscenza, capitale umano

La vera urgenza, osserva il Rapporto, non è introdurre nuovi obiettivi, ma ripensare gli strumenti di governo. Servono indicatori di impatto intergenerazionale, un raccordo stabile tra bilancio pubblico e strategia di sviluppo sostenibile, e una governance che coordini imprese, territori e istituzioni.

L’Alleanza propone un Piano di Accelerazione Trasformativa (PAT) per connettere riforme, risorse e tempi, e una Valutazione d’Impatto Generazionale (VIG) che misuri quanto le decisioni di oggi incidono sul benessere futuro. Si tratta di passaggi tecnici, ma cruciali per trasformare la sostenibilità da principio dichiarato a criterio decisionale.

Italia in retromarcia sulla sostenibilità, una questione di fiducia democratica

Oltre agli indicatori economici e ambientali, il Rapporto registra un dato politico: la crisi della fiducia istituzionale. Le politiche green vengono percepite come vincoli esterni, non come investimento collettivo. “La sostenibilità non è un fastidio, ma un investimento sul presente e sul futuro”, ricorda Enrico Giovannini, direttore scientifico di ASviS, sottolineando la necessità di processi partecipativi reali e di una comunicazione pubblica che restituisca credibilità alle istituzioni.

Dal reporting alla governance anticipante

Un punto chiave del documento è la proposta di passare da una rendicontazione retrospettiva a una governance anticipante, capace di leggere i rischi sistemici e orientare politiche pubbliche e investimenti privati. In questa logica nasce Ecosistema Futuro, piattaforma che integra dati, analisi predittive e strumenti di valutazione a supporto delle decisioni.Perché – è la conclusione del Rapporto – la sostenibilità è una forma di governo del tempo: quella che l’Italia, oggi, ancora non possiede.

Articoli correlati