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La COP30 di Belém si chiude con un accordo minimo e senza menzione ai combustibili fossili. Tra critiche ONU e nuove leadership, la COP31 dovrà ricostruire fiducia e ambizione

La COP30 di Belém avrebbe dovuto essere il vertice della verità. È diventata, piuttosto, la conferma che la diplomazia climatica globale entra nel ciclo più difficile dalla nascita dell’UNFCCC. Un accordo minimo, nessun riferimento ai combustibili fossili, addirittura un incendio che ha interrotto i lavori e una comunità internazionale che esce più divisa di come era arrivata. E mentre a Belém si chiude un negoziato in affanno, è già noto dove si giocherà la prossima partita. La COP31 si terrà in Turchia nel novembre 2026, con un elemento senza precedenti. L’Australia guiderà i negoziati e il Pacifico ospiterà il pre-summit dedicato alla minaccia esistenziale che l’innalzamento degli oceani rappresenta per gli Stati insulari.

Il viaggio da Belém ad Antalya dice molto delle sfide che ci aspetta: più complesse, più frammentate e sempre più urgenti.

Cop30, il fallimento dell’accordo di Belém

L’edizione amazzonica della COP partiva con promesse altissime. Lula a fare da anfitrione globale, ottanta Paesi pronti a chiedere una roadmap vincolante per ridurre l’uso di petrolio, gas e carbone, un contesto simbolico – l’Amazzonia – impossibile da ignorare. Poi la realtà. Il documento finale, la Global Mutirão, approvato da quasi 200 Paesi (con l’assenza assordante degli Stati Uniti), non menziona i combustibili fossili. Non un inciso, non una formula di compromesso. Niente.

Le critiche piovono da ogni latitudine. “Una decisione che non può dire ‘fossil fuels’ non è neutralità, è complicità”, attacca il negoziatore di Panama Juan Carlos Monterrey Gomez. Le isole del Pacifico hanno parlato apertamente di processo “fallimentare”. Volker Türk, Alto Commissario ONU per i diritti umani, mette in guardia: “L’inazione dei leader potrebbe un giorno essere considerata un crimine contro l’umanità”.

La rottura più profonda riguarda proprio il senso del processo multilaterale. Dopo tre anni di attese e promesse, la “COP della verità” lascia un lascito debole, con negoziati che hanno perso slancio fino a diventare – per usare le parole degli osservatori brasiliani – “un esercizio di sopravvivenza politica”.

Cop30, l’accordo e i compromessi

La Global Mutirão introduce alcuni elementi che evitano il collasso totale del negoziato:

  • il nuovo Belem Mission to 1.5°, un capitolo negoziale aggiuntivo per rendere credibile almeno sulla carta la traiettoria verso 1,5 °C;
  • l’impegno a triplicare la finanza per l’adattamento entro il 2035;
  • il riconoscimento del bisogno di “nuovi spazi negoziali” per ridurre le emissioni in settori difficili.

Pichetto Fratin, commentando l’accordo, descriveil contesto come “politicamente mutato” e ha ricordato che l’UE, pur restando la più ambiziosa, ha supportato il testo solo perché “mantiene gli obiettivi delle COP precedenti”. Traduzione: non si va né avanti, né indietro.

Un clima incendiario

Belém ha inoltro vissuto anche un momento surreale. Il grande incendio che ha interrotto i lavori per ore è stato attribuito, dai residenti locali, al Curupira, lo spirito-guardiano della foresta scelto come simbolo della COP. Un personaggio che “si infuria quando vede minaccia o avidità”. Al di là della leggenda, il racconto dice molto del clima negoziale. Un processo percepito come lento, sfiancato e incapace di rispondere alla gravità scientifica della crisi.

Il negoziato cambia geografia

La decisione su COP31 è forse l’elemento più geopolitico emerso a Belém. Dopo mesi di stallo, la soluzione è stata formalizzata. La Turchia sarò la sede ufficiale. La COP31 si terrà ad Antalya dal 9 al 20 novembre 2026, con l’Australia a presiedere i negoziati e una delle isole del Pacifico ospite della pre-COP. È un compromesso nato per evitare l’opzione d’emergenza – Bonn – che sarebbe stata percepita come un ulteriore segnale di indebolimento multilaterale. L’Australia avrà “autorità esclusiva” sul negoziato, con una missione precisa: riportare al centro le esigenze degli Stati insulari, tra i più colpiti dalla crisi climatica.

Un riequilibrio geopolitico che, però, non convince tutti. Gli Stati del Pacifico hanno espresso delusione per l’esito, e Tuvalu ha parlato apertamente di necessità di “ripensare la relazione con l’Australia”. Inoltre, la stanchezza delle comunità scientifiche, l’aumento delle tensioni geopolitiche e il ritorno di interessi nazionalistici stanno erodendo la fiducia nel processo. Antalya dovrà dimostrare che un meccanismo a 200 Paesi può ancora generare decisioni rilevanti.

Il tempo stringe, il pianeta non aspetta.

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