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Nel Cda di Acea e Poste Italiane, la docente della Luiss a SostenibileOggi.it su rinnovabili, temi Esg e occupazione femminile nelle imprese

La transizione energetica costruita sul binario parallelo tra fossili e rinnovabili, il tema della sostenibilità ambientale, sociale e di governance nelle aziende e l’empowerment femminile. Patrizia Rutigliano è membro del consiglio di Amministrazione di Acea e di Poste Italiane. E’ docente all’Università Luiss di Roma, ha maturato esperienze in società a partecipazione pubblica e private nel settore energia, telecomunicazioni, Pubblica Amministrazione. Ha una conoscenza approfondita delle tematiche Esg, sviluppando modelli di ingaggio e politiche ambientali e sociali innovative per i business di riferimento e racconta a SostenibileOggi.it lo scenario europeo e italiano sul tema energia, evidenziando anche il ruolo della diversità nelle dinamiche aziendali.

In un recente intervento su Formiche.net ha scritto che nella transizione energetica devono continuare a funzionare bene sia il sistema dei combustibili fossili che il sistema delle rinnovabili. Come è possibile procedere in parallelo?

Basti pensare che i grandi progetti energetici del Pnrr saranno inclusi nel capitolo del RePowerEu per comprendere che in questa fase di transizione “ecologica” il sistema deve essere efficiente ed efficace: il gas naturale deve affluire laddove serve, nessuno deve restarne senza. Peraltro, puntando sul gas naturale, si è scelto di andare proprio in questa direzione. Con l’incremento di liquidità del Gnl, il nostro Paese andrà a ridurre la dipendenza dai fossili e le emissioni climalteranti e potrà spostare altrove i nuovi rigassificatori galleggianti, vedi Piombino, per destinarli ad esigenze di decarbonizzazione di settori industriali pesanti una volta superata l’emergenza energetica. 

E lo stesso concetto di sector coupling, ovvero la combinazione di settori integrati tra loro come elettrico, termico e mobilità, consente di cogliere appieno le opportunità offerte dall’energia pulita. Quindi, preservare la sicurezza delle forniture energetiche nel futuro a medio termine non significa mettere in dubbio i tempi della transizione bensì consentire che il passaggio alle fonti rinnovabili avvenga senza compromettere il funzionamento del sistema. Ma servono anche strumenti normativi che permettano approcci più flessibili per lo sviluppo di soluzioni innovative, infrastrutture di rete adattabili a iniziative di sviluppo, per portare i benefici della transizione a tutta la società.

A proposito di rinnovabili, ma non solo: perché le catene di approvvigionamento sul mercato sono da considerarsi fragili? Gli Stati Uniti preparano una limitazione per l’accesso di Pechino ai servizi di Cloud computing, tra cui Amazon (con AWS) e Microsoft (con Azure)

Dipende dai settori cui si fa riferimento. Se si parla della Cina e del suo ruolo nella supply chain di alcuni prodotti, come i chip o gli elementi indispensabili nel processo di elettrificazione dei trasporti (vedi il litio), ci sono stati sviluppi importanti: si tratta di un paese che ha prodotto molti dei device che sono serviti per le rinnovabili, ma è anche un paese che non ha ancora investito su tutte le fonti e le infrastrutture delle transizione energetica, vedremo se andranno a costruire sufficienti impianti di stoccaggio o di rigassificazione e liquefazione. 

Restando sul tema energia, il Nordafrica è l’area geografica dove le rinnovabili possono avere uno sviluppo importante, man mano ci stanno puntando tutti, e l’Italia è in una posizione geografica agevolata. I tubi che collegano l’Algeria all’Italia ora trasportano gas ma in un futuro non molto lontano potranno trasportare idrogeno. Prima dell’apertura del fronte di guerra in Ucraina, si è pensato che l’Europa non avrebbe più avuto grandi problemi di approvvigionamento e la transizione è stata tutta orientata allo stop ai combustibili fossili, avanti tutta con le rinnovabili, e quindi meno estrazioni dai giacimenti. Invece il passaggio dovrà essere per forza graduale. Peraltro adesso c’è anche il gas liquefatto americano e, passata questa crisi energetica, dovrebbe esserci una quantità di gas tale da far scendere stabilmente il prezzo sul mercato.

Andando sui temi Esg: cosa pensa della direttiva Csrd? E’ sufficiente per “obbligare” le aziende alla rendicontazione ambientale?

La dichiarazione non finanziaria ha preparato di fatto le aziende più grandi, non so se la Csrd si rivelerà uno strumento sufficiente, ma rappresenta certamente un acceleratore, perché è stringente nell’indirizzo dei capitali e metterà in moto meccanismi di finanziamento importanti. Vedremo quale sarà il reale effetto sui tempi, molte aziende hanno già iniziato a lavorare. Certo, l’Europa si è data obiettivi stretti, non può che operare dentro determinati framework, e con obblighi di legge, per un percorso sostenibile. Dipenderà molto anche dalle caratteristiche dei paesi: in Italia, dove abbiamo un tessuto importante di PMI, c’è più difficoltà di adeguamento dei sistemi, ma il vantaggio è che la rendicontazione ambientale non serve solo a valle, ma a monte: una volta avviate le imprese al percorso di rendicontazione, si innesca poi un meccanismo virtuoso che si riflette sui processi produttivi. Significa che il modello di business diventa sostenibile per definizione.

Perché l’Europa si mostra più attenta, a proposito della Csrd ma anche sulla direttiva sulla dovuta diligenza su cui si sta lavorando, mentre negli Stati Uniti si moltiplicano le legislazioni anti – Esg?

Fare un confronto tra Europa e Stati Uniti mi pare davvero complicato, ci sono alla base scelte diverse perché sono diversi i contesti produttivi. L’America per esempio ha scelto di concedere incentivi alla produzione, mentre l’Europa per sostenere lo sviluppo dei progetti continua sulla strada degli obblighi alla domanda, in abbinata ad altre misure. E’ la caratteristica del loro mercato, non dimentichiamo che rispetto all’Europa si parla di realtà numeriche diverse, volumi di produzioni diversi, fonti e costi diversi. 

Ha fatto parte del Consiglio direttivo di Valore D, prima associazione che promuove la diversità, il talento e la leadership femminile, ora è nel consiglio di amministrazione di colossi come Poste e Acea: sono adeguate le politiche sulla diversità sul lavoro?

Aziende più grandi appunto, come Poste e Acea, sia in termini di capitalizzazione che di presenza sul mercato, hanno varato piani importanti sulla diversità, sul lavoro femminile, sulla riduzione del gender pay gap. Il settore energetico per esempio riconosce competenze e ruoli importanti alle donne, sia a livello internazionale che nazionale, è un segnale importante. 

Il discorso è sicuramente differente nelle realtà più piccole che però ci stanno lavorando, perché si sono affermate delle priorità dopo la fase pandemica: il caring da parte delle aziende è molto più forte, non si tratta più solo di welfare, si pone più attenzione ai piani di successione, ai servizi sanitari, si valorizza la diversità non solo perché lo stabiliscono le regole ma perché produce ricchezza di produzione, non solo di visione. Anche il ricorso regolato allo smart working, un altro aspetto dovuto alla pandemia, consente la maggiore valorizzazione di figure professionali fragili. In generale, ora si è determinata l’unanime consapevolezza che il dipendente soddisfatto e curato porta solo benefici alle aziende.

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