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Stefano D’Errico, co-founder di Community Soccer Report a SostenibileOggi.it: “Ci sono poche fondazioni, ci sono poche strategie e poche figure dedicate”
Il massimo campionato italiano viaggia con una marcia in meno rispetto a Premier League e Bundesliga in termini di investimenti sulla sostenibilità ambientale, sociale e di governance. Stefano D’Errico è il co-founder di Community Soccer Report, osservatorio che a dicembre ha pubblicato la quarta edizione di “CsrCSR - Corporate Social Responsibility La CSR (Corporate Social Responsibility) si riferisce alla pratica delle imprese di integrare considerazioni etiche, sociali e ambientali nelle loro operazioni aziendali e nella loro interazione con le parti interessate su base volontaria. Approfondisci in Serie A- Indagine sulla sostenibilità tra i club della nostra massima divisione calcistica“, strumento d’analisi dedicato alla corporate social responsibility del calcio italiano. Il quadro che emerge nell’intervista a SostenibileOggi.it è decisamente poco lusinghiero: molte iniziative isolate, poca programmazione, poche figure professionali destinate esclusivamente alla sostenibilità.
Cos’è la sostenibilità oggi per il calcio italiano?
Secondo me è una leva fondamentale rispetto la direzione verso cui propende il mondo, ma in Italia non è percepito come tale. La sostenibilità è parte integrante del processo aziendale solo in alcuni casi, va capito come integrare questo elemento nella società italiana, per ora è qualcosa che si siede a parte, ci sono casi virtuosi, per la maggior parte è ancora fuori dalla logica aziendale. E questo avviene anche nel calcio.
Bundesliga e Premier sembrano essere più avanti rispetto alla Serie A: c’è una cultura più radicata o dipende da investimenti più corposi?
Entrambe le cose. Esiste l’aspetto culturale e la questione degli investimenti. In un recente intervento all’Università La Cattolica ho raccontato come l’intervento dei club inglesi nel sociale risale agli anni’80, l’ho potuto apprezzare a stretto contatto lavorando ora in un club inglese e in precedenza per cinque anni nel dipartimento community di un’altra società di Premier League: c’è senza dubbio più attitudine dal punto di vista sociale, più attenzione all’inclusività. Certo si può fare di più, per esempio la sostenibilità ambientale è un filo dietro a quella sociale in Inghilterra, in ogni caso ci sono le figure dedicate nei club e si coinvolgono i territori. Alle spalle di Inghilterra e Germania si sta lavorando bene anche in Francia, poi in Spagna, mentre l’Italia sconta problemi di tipo strutturale.
Cosa manca?
Ci sono poche fondazioni, ci sono poche strategie e poche figure dedicate, le singole iniziative sono qualitative ma c’è un ritardo significativo. La licenza per l’iscrizione di un club alla Serie A dispone che il Football Social Responsibility Officer sia la figura incaricata di occuparsi di Corporate Social Responsibility. Dovrebbe esserci in ogni club, diventa difficile poi indicare chi ha un riferimento chiaro: il Milan ne ha uno, la Juventus ha un dipartimento di sostenibilità, ma sono in pochi i club che hanno affrontato il tema in modo approfondito, mentre la maggior parte, obbligata dal regolamento, destina figure dal marketing o dalla comunicazione alla responsabilità. Così, si registrano più logiche di intervento “one off” che progettualità con una struttura.