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Iter legge al Senato il 17 settembre. Il senatore FdI: “È fondamentale proteggere i più vulnerabili e garantire che decisioni così estreme non siano prese alla leggera o sotto pressione”

La legge che non c’è e su cui ha riacceso le luci un personaggio importante, incidente come Marina Berlusconi. Si tratta della norma sul Fine Vita, che dovrebbe essere oggetto di analisi al Senato dal 17 settembre, disciplinando il fine vita sul tema specifico dei limiti di non punibilità dell’aiuto al suicidio. A marzo il governo non si era presentato alle commissioni riunite Giustizia e Salute, poi l’iter è ripreso e quando sono stati incardinati i cinque disegni di legge sul tema, quattro dalle opposizioni e uno da FI, sono state fissate audizioni, fino allo stop. Ne parla a SostenibileOggi il senatore di FdI Antonio Guidi.

Perché in Parlamento non c’è ancora una legge sul fine vita?

La mancanza di una legge sul fine vita in Parlamento è dovuta a diverse e complesse ragioni. In primo luogo, esiste un forte dibattito etico e morale su questo tema, che divide non solo i politici ma anche la società civile. Da una parte, c’è chi ritiene che la vita sia un valore sacro e intoccabile, dall’altra chi sostiene il diritto all’autodeterminazione, anche nelle situazioni di estrema sofferenza. Come neuropsichiatra e politico, riconosco la difficoltà di trovare un equilibrio tra questi due principi fondamentali e garantire il difficilissimo e funambolico equilibrio fra realtà laica e religiosa, che alberga nella società. Inoltre, il Parlamento è spesso impegnato in altre priorità legislative e la complessità del tema richiede un approfondimento e un consenso trasversale che non è facile da raggiungere.

Due anni fa il caso di un tetraplegico di 44 anni di Senigallia che aveva ottenuto il via libera per il suicidio medicalmente assistito dopo una battaglia legale, sostenuta dall’Associazione Luca Coscioni, appellatasi alla sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato/dj Fabo. Che cosa ha suscitato in lei quel caso?

Il caso ha suscitato in me una profonda riflessione. Come neuropsichiatra, sono sempre stato vicino ai pazienti e alle loro sofferenze, comprendendo le difficoltà quotidiane che affrontano. Questo caso mi ha colpito per la determinazione con cui il paziente ha cercato di ottenere il diritto di porre fine alla sua sofferenza in modo dignitoso. Tuttavia, come politico, sono consapevole delle implicazioni etiche e morali di una tale decisione. È fondamentale proteggere i più vulnerabili e garantire che decisioni così estreme non siano prese alla leggera o sotto pressione. Rispetto le persone che non sostengono più la propria vita. Credo profondamente, anche perché l’ho vissuta personalmente, che la disperazione di vivere faccia parte della vita. Perché mette così tanto in discussione l’essere vitale: in realtà è un grido per migliorare la propria esistenza. Resta che questo caso ha evidenziato la necessità di un dibattito più approfondito e di una legislazione chiara che possa offrire delle tutele adeguate a tutti i cittadini.

Sul suicidio assistito, si attende intervento della Consulta. Secondo l’Unione giuristi cattolici, “Non ogni sofferenza può spingere a darsi la morte”. Lei che ne pensa? Esistono dei limiti? Quali sono?

Esistono sicuramente dei limiti e delle condizioni specifiche che devono essere valutate attentamente. Come neuropsichiatra, so che la sofferenza psicologica può essere temporanea e influenzata da vari fattori che possono essere trattati. Pertanto, è essenziale distinguere tra sofferenze temporanee e condizioni permanenti e insostenibili. I limiti devono includere una valutazione accurata della capacità decisionale del paziente, la presenza di condizioni mediche irreversibili e una sofferenza intollerabile che non può essere alleviata in alcun modo. Inoltre, è necessario garantire che la decisione sia presa in modo autonomo, senza pressioni esterne, e che ci sia un adeguato supporto psicologico e medico durante tutto il processo. Questi limiti sono essenziali per evitare abusi e garantire che il suicidio assistito sia davvero l’ultima risorsa per chi non ha altra via d’uscita dalla sofferenza. La vita va protetta sempre, ma non difesa oltre ogni limite, perché faremmo doppia violenza. Ciò non equivale a inneggiare al suicidio, ma valutare contemporaneamente l’importanza della vita e i casi in cui la vita può diventare insopportabile.

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