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Il tasso di perdita tra il 2010 e il 2020 è arrivato al 23%. In crisi soprattutto l’Asia

Il 20% delle mangrovie è andato perso a livello globale negli ultimi 40 anni. Le cause? L’attività umana e soprattutto il cambiamento climatico hanno indotto l’umanità a rivalutare le sue risorse naturali e a capire quanto sia importante il ruolo delle mangrovie, che non solo proteggono le coste e contribuiscono alla sicurezza alimentare, ma sono anche tra le foreste più ricche di carbonio al mondo. Un recente report dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) mostra che i governi e le comunità costiere di tutto il mondo stanno progressivamente intensificando gli sforzi per arrestare la deforestazione delle mangrovie: tra il 2010 e il 2020, il tasso di perdita delle mangrovie è diminuito del 23% e  l’Asia, che ospita quasi la metà delle mangrovie del mondo, oggi rappresenta solo il 54% della perdita globale delle mangrovie (era al 68% dieci anni fa).
Dunque, una buona notizia. Lo studio Fao svela che le mangrovie, a differenza di altre foreste, possono diffondersi molto velocemente se ne hanno la possibilità. In 20 anni sono stati persi 677 mila ettari di mangrovie, ma allo stesso tempo sono cresciuti più di 393 mila ettari. L’82% delle nuove mangrovie è cresciuto naturalmente. Ma c’è il climate change, che è la seconda causa più importante della perdita di mangrovie (26% della perdita totale nel periodo degli ultimi 20 anni). Il cambiamento climatico può influenzare le mangrovie attraverso l’innalzamento del livello del mare, l’aumento dell’anidride carbonica atmosferica, l’aumento delle temperature, i cambiamenti nelle precipitazioni e condizioni meteorologiche estreme. L’analisi Fao rivela inoltre che i disastri naturali hanno causato solo il 2% della perdita negli ultimi 20 anni. Tuttavia, questo danno è comunque triplicato tra la prima e la seconda decade di questo secolo, e si prevede che i danni causati alle mangrovie dai disastri naturali peggioreranno. 

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