![]()
Per il governo ci sono 24 mesi per legiferare e per arrivare a un testo unico
Il disegno di legge sul nucleare, formato da quattro articoli, è stato trasmesso qualche giorno fa dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) a Palazzo Chigi. Si tratta di un tema centrale sulla questione energetica italiana e parecchio discusso: definisce infatti il percorso per la produzione di una nuova generazione di impianti nucleari in Italia, inserendo lo stesso nucleare nel mix energetico, riducendo la dipendenza dal petrolio.
Il famoso “nucleare sostenibile“, finalizzato cioè a decarbonizzare il Paese, definendo un percorso per realizzare elevati standard di sicurezza, con una gestione sostenibile del ciclo del combustibile, senza però andare in profondità sulla questione delle scorie nucleari, e in particolare sul deposito unico che dovrà – una volta messo a terra il piano – stoccare i 78mila metri cubi di rifiuti radioattivi a bassa e media intensità provenienti da attività di uso civile. Per il governo ci sono 24 mesi per legiferare arrivando a un programma nazionale nel 2027, con obiettivo un testo Unico che contenga tutti gli elementi per l’abilitazione del nuovo nucleare come tecnologia per la transizione energetica.
Il referendum del 1987
I referendum abrogativi in Italia del 1987 si tennero l’8 e il 9 novembre ed ebbero ad oggetto cinque distinti quesiti. In quel momento storico, fortemente condizionato dal disastro di Chernobyl, c’erano quattro centrali elettronucleari in Italia: a Latina, attiva commercialmente dal 1964; la centrale Garigliano di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, attiva dal 1964, l’unica tra queste spenta prima del referendum, poi disattivata nel 1982; poi, la centrale Enrico Fermi di Trino a Vicenza, attiva commercialmente dal 1965 e la centrale di Caorso, provincia di Piacenza, l’unica delle quattro ad essere di seconda generazione. Aveva portato a un impulso verso il nucleare l’aumento dei prezzi di importazione dei prodotti petroliferi, conseguenza della crisi araba in avvio degli anni ‘70. Per questo motivo il PEN – Piano Energetico Nazionale – datato 1975 “prevedeva la realizzazione di ulteriori otto unità nucleari su quattro nuovi siti”.
Sui quesiti del referendum abrogativo, nessuno dei cinque aveva direttamente come oggetto l’abbandono del nucleare in Italia. Il numero tre riguardava l’abrogazione della facoltà del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) di deliberare sulla localizzazione delle centrali, intervenendo in assenza di accordo con gli enti locali e vinse il sì con l’80,57%. Poi, il quesito 4 con cui si proponeva l’abrogazione dei contributi agli enti locali che avrebbero ospitato le centrali nucleari sul proprio territorio: il sì vinse con il 79,71%. C’è stato poi il quesito numero cinque (esito vittorioso, quasi al 72%), sull’esclusione dell’Enel – che allora era ancora un ente pubblico – dalla partecipazione alla costruzione di centrali nucleari all’estero. Ci fu il voto di quasi 30 milioni di italiani. Il quorum fu raggiunto con un’affluenza alle urne del 65,1% sui circa 45,8 milioni di aventi diritto al voto.