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SostenibileOggi intervista Alfonso Pecoraro Scanio, ex ministro dell’Ambiente e delle Politiche agricole, attualmente Presidente della Fondazione Univerde

Fra le voci più riconoscibili e instancabili dell’ambientalismo italiano, ex ministro dell’Ambiente e delle Politiche agricole, Alfonso Pecoraro Scanio è oggi presidente della Fondazione Univerde, impegnata nella diffusione dell’informazione, della conoscenza ecologista e dell’intersezione fra ecologia ed economia.

In questa intervista ripercorriamo con lui l’evoluzione del concetto di sostenibilità, dagli anni pionieristici all’Accordo di Parigi – «un impegno a parole» – fino alle sfide attuali: l’overtourism, la transizione digitale, il ruolo delle imprese e il rilancio del marchio Italia in chiave sostenibile.

Spazio anche all’impegno delle istituzioni e delle comunità: «la sostenibilità è una responsabilità condivisa». I cittadini devono essere messi in condizione di agire, le imprese incentivate concretamente e le istituzioni – sottolinea – «almeno non dovrebbero essere di ostacolo».

Di seguito un estratto dell’intervista.

Quali misure tecniche e normative ritiene siano necessarie per gestire il fenomeno dell’overtourism?

In Italia assistiamo a fenomeni di affollamento esasperato, ma con modalità diverse da luogo a luogo. Il problema di fondo è che il turismo, nel nostro Paese, non è mai stato realmente gestito: siamo abituati ad accogliere turisti, ma non abbiamo mai fatto una vera pianificazione turistica. Come dico spesso ai miei studenti, in Italia sono arrivati prima i turisti e poi il turismo. L’overtourism, invece, richiede interventi precisi. Il primo tema riguarda il turismo di massa e dei gruppi organizzati: migliaia di persone concentrate nello stesso momento in una sola area creano evidenti criticità, anche laddove il turismo può contribuire a risanare il tessuto sociale. Occorre quindi stabilire meccanismi di contingentamento, ad esempio fissare un numero massimo di navi da crociera, e allo stesso tempo lavorare per allungare la stagione turistica. Pensiamo a realtà come Roma o Napoli: la Capitale vive un paradosso, con zone soffocate dall’overtourism e altre completamente trascurate. Bisogna dunque redistribuire i flussi e promuovere altre zone di interesse. È fondamentale unire transizione ecologica e transizione digitale. Il digitale può essere uno strumento potente per monitorare gli affollamenti, segnalarli, programmare e prenotare gli accessi. Può aiutare a regolare i flussi sia incentivando scelte consapevoli da parte del turista, sia – quando necessario – introducendo dei limiti. Il digitale, insomma, può dare una spinta organizzativa a un Paese storicamente restio all’organizzazione.

Quali strategie ritiene siano davvero capaci di incentivare le imprese a integrare la sostenibilità nel loro modello di business?

Le strategie più efficaci partono da incentivi ben strutturati, che coinvolgano anche i cittadini come primi finanziatori della transizione. Fondamentali sono le normative finanziarie: sempre più banche premiano le aziende con buone performance ambientali, creando supply chain che trasmettono la sostenibilità. La politica, però, ha spesso alternato declamazioni a misure disorganiche, generando confusione e populismo d’accatto.

Comunità, imprese o istituzioni: chi detiene un ruolo preponderante nell’evoluzione della sostenibilità?

Il ruolo nella transizione sostenibile è di tutti. Le comunità e le scelte quotidiane dei cittadini sono fondamentali. I giovani, in particolare, possono contribuire con consapevolezza e spirito innovativo: ci sono molte menti fertili pronte ad attivarsi e a collaborare. Le persone si organizzano, si aggregano, ma è essenziale che le imprese – e soprattutto le istituzioni – creino condizioni favorevoli, o almeno non rappresentino un ostacolo lungo il percorso.

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