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Dal valore della formazione etica alla richiesta di autenticità dei giovani designer, fino ai rischi di un vuoto normativo sul greenwashingGreenwashing Il greenwashing è una pratica sempre più diffusa e criticata, in cui aziende e organizzazioni adottano una facciata di responsabilità ambientale, spesso per motivi di marketing, mentre le loro azioni reali possono essere in contrasto con i principi di... Approfondisci: l’intervista al presidente dell’Accademia Costume & Moda
Nel dibattito sulla transizione sostenibile del sistema moda, il ruolo delle istituzioni formative è decisivo. Non solo per trasmettere competenze tecniche, ma per costruire un’etica professionale capace di integrare innovazione, cultura e responsabilità. Ne parliamo con Lupo Lanzara, presidente dell’Accademia Costume & Moda, che da anni lavora per riposizionare il Made in Italy dentro le sfide globali del settore: dalle filiere trasparenti alla giustizia sociale, fino alla sostenibilità comunicativa.
Per Lanzara, la sostenibilità non è un modulo o una tendenza, ma un linguaggio trasversale che attraversa l’intera proposta formativa, dai trienni al master. “Educare significa costruire consapevolezza e responsabilità – afferma – I nostri studenti non si accontentano di dichiarazioni, cercano autenticità e coerenza. E il nostro compito è dare loro una bussola fatta di etica, trasparenza e competenza”. In questa intervista, approfondiamo con lui complessità, opportunità e nuovi orizzonti della moda sostenibile e responsabile.
Lanzara, cosa significa per lei e per l’Accademia essere sostenibili e fare sostenibilità nella moda oggi? Quali sono le complessità o le opportunità?
Per noi sostenibilità significa responsabilità. Non riguarda soltanto l’ambiente, ma anche il rispetto per le persone, per i saperi e per la cultura che tramandiamo. È un linguaggio che attraversa tutta la nostra offerta formativa, dai Trienni fino al Master Fashion Sustainability & Industry Evolution. La complessità è che la moda vive spesso di contraddizioni: urgenza sociale, esigenze di mercato, radici culturali e innovazione tecnologica si intrecciano. L’opportunità è enorme: educare una nuova generazione di designer e professionisti capaci di creare valore reale e duraturo, al di là della logica del consumo veloce.
Quali moduli formativi avete per integrare la sostenibilità alla moda? Quali insegnamenti prevedono?
Nei trienni gli studenti affrontano la sostenibilità in più progetti e laboratori: dalla sperimentazione con materiali innovativi e processi circolari, fino all’uso di strumenti digitali per ridurre prototipi e sprechi. È un approccio diffuso, trasversale, che li accompagna durante il percorso formativo e li mette in dialogo con le sfide contemporanee. Accanto a questo percorso, abbiamo costruito un’offerta verticale: il Master Fashion Sustainability & Industry Evolution, con Direttore Scientifico Federico Brugnoli, ceo di Spin360. È un programma che esplora l’intero ciclo produttivo, design, produzione, distribuzione, logistica, resi, integrando anche aspetti di sociologia, storia della moda, comunicazione e legislazione ambientale. A rafforzarlo, il contributo di un comitato scientifico internazionale composto da esperti come lo stesso Federico Brugnoli, Caterina Occhio e Sara Citterio, che ne garantisce profondità e aggiornamento costante.
Come i giovani designer vedono la moda sostenibile? Un’opportunità creativa, una costrizione progettuale, un’urgenza sociale…
La percepiscono sempre meno come vincolo e sempre più come opportunità. È un’urgenza sociale che vivono in prima persona, ma anche un terreno di sperimentazione creativa: i limiti diventano stimoli. Non si accontentano di dichiarazioni, cercano autenticità e coerenza. È una generazione che non vuole distinguere tra design e responsabilità, perché per loro l’uno non esiste senza l’altra. Attraverso i trienni iniziano a esplorare questo linguaggio, e nel Master trovano strumenti concreti per trasformarlo in competenze professionali spendibili in azienda o in nuovi progetti imprenditoriali.
I giovani stilisti come vedono il futuro della moda? La sostenibilità entra in gioco?
Lo vedono in modo ibrido e plurale: c’è chi sogna di entrare nelle grandi maison, chi vuole fondare micro-brand indipendenti, chi immagina l’attivismo come forma di progettazione. In tutte queste traiettorie, la sostenibilità è una costante: non è più percepita come tema opzionale, ma come condizione di legittimità. Un brand che non integra pratiche sostenibili non ha futuro agli occhi delle nuove generazioni. È per questo che formiamo professionisti capaci di portare questo approccio in ogni ambito della filiera: dal design alla gestione, dalla comunicazione alle strategie di innovazione.
Moda sostenibile e fast fashionFast Fashion: definizione e impatto ambientale e sociale Il Fast Fashion è un modello di produzione e consumo nell’industria dell’abbigliamento caratterizzato da cicli di produzione rapidi, costi ridotti e alta rotazione delle collezioni. Questo sistema ha trasformato il mercato della... Approfondisci: quali sono secondo lei i temi sottovalutati che emergeranno nei prossimi anni?
Credo che due siano cruciali. Il primo è la trasparenza delle filiere: non solo un valore etico, ma una necessità che diventerà strutturale per i brand. I consumatori e le istituzioni pretenderanno chiarezza sull’origine dei materiali, sui processi produttivi, sui costi ambientali. Il secondo è la giustizia sociale: il lavoro e le condizioni delle persone che producono saranno sempre più parte integrante del concetto stesso di sostenibilità, non un tema marginale. Su questi fronti il fast fashion dovrà inevitabilmente fare i conti con i propri limiti. Nella nostra formazione lavoriamo su entrambi gli aspetti, perché i nostri studenti possano immaginare modelli di business e creativi che tengano insieme etica, innovazione e competitività.
Per alcuni brand è importante l’esclusività come valore e come comunicazione, molti utilizzano più il prezzo piuttosto che la manifattura per dare al cliente un pezzo quasi apparentemente esclusivo, quanto questo danneggia il consumatore?
Danneggia profondamente, perché priva il consumatore della consapevolezza del vero valore. L’esclusività non nasce da un cartellino con una cifra alta, ma dal tempo, dalla competenza e dal sapere che un oggetto porta con sé. Il Made in Italy è l’esempio più evidente: dietro a un capo o dietro un accessorio c’è un intreccio di tradizione artigianale, cultura e innovazione. Per questo collaboriamo con oltre 160 aziende partner, trasversali alla nostra offerta formativa: siamo stati i primi a credere nella filiera, ed è proprio attraverso la filiera che abbiamo riposizionato l’Accademia. Quando tutto si riduce al prezzo, si svilisce non solo l’esperienza del consumatore, ma anche la cultura stessa del prodotto. La nostra responsabilità nella formazione è restituire questa consapevolezza, preparando professionisti capaci di raccontare e valorizzare la manifattura come autentico elemento di differenziazione.
Che ruolo può giocare l’Italia, Paese dell’eccellenza artigianale, nella transizione ecologica?
Un ruolo decisivo. L’Italia ha nella sua radice la cultura del fare bene, della piccola scala, della cura dei materiali e delle relazioni. È un patrimonio che, se connesso con la ricerca, l’innovazione tecnologica e digitale, può diventare un modello internazionale di transizione ecologica. È ciò che cerchiamo di trasmettere nei nostri percorsi formativi: da un lato custodire la tradizione artigianale, dall’altro sviluppare competenze per guidare i processi di trasformazione industriale. In questo senso, il Master Fashion Sustainability & Industry Evolution diventa il luogo in cui il Made in Italy incontra le sfide globali, formando professionisti capaci di unire radici e futuro.
In Europa la Green Claims Directive è stata congelata. Aziende e designer si muovono in un vuoto normativo. Che rischi comporta tale vuoto normativo? Come valuta questa incertezza dal punto di vista della formazione?
Il rischio più grande è l’ambiguità. Senza una cornice normativa chiara, chi comunica in modo superficiale può sembrare al pari di chi investe realmente. Questo penalizza le aziende virtuose e confonde i consumatori. Per la formazione è un tema centrale: i nostri studenti devono imparare a orientarsi in contesti incerti, riconoscendo la differenza tra storytelling e sostanza. Il nostro compito è dare loro una bussola fatta di etica, trasparenza e competenza, in modo che possano agire responsabilmente in qualunque scenario. È anche per questo che affianchiamo alla didattica la presenza di un comitato scientifico: per garantire rigore e aggiornamento costante, evitando che la sostenibilità venga ridotta a slogan.