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SostenibileOggi intervista Simone Frulio, founder e creative director di Momo by Savigel. Dialogo fra valori, mercato e persone: “Informarsi, capire i propri limiti e lavorare per superarli è già un atto di responsabilità”

Imprenditore, creative director e docente, Simone Frulio incarna la nuova generazione di professionisti che unisce visione imprenditoriale e sensibilità sociale. Founder di MoMo by Savigel, brand di abbigliamento nato durante la pandemia e già noto, Frulio si muove con naturalezza tra creatività e responsabilità, tra digitale e presenza, tra libertà estetica e consapevolezza etica.

Nel corso dell’intervista, affronta con lucidità il paradosso della sostenibilità per i piccoli brand: l’impossibilità di essere perfetti accanto alla necessità di essere trasparenti. “I piccoli marchi devono essere sostenibili dove possono, quando possono, senza raccontare ciò che non è vero”, afferma.

Un lavoro che racconta anche l’evoluzione del retail post-pandemia, dal digitale come punto di partenza alla ricerca di luoghi fisici dove ristabilire un contatto reale con le persone. 

Così, per Frulio, la sostenibilità non è un traguardo, ma un equilibrio in divenire: un dialogo continuo tra valori, mercato e persone.

Di seguito un estratto dell’intervista. 

Dal packaging ai fornitori, quali sono le scelte più difficili – o strategiche – da compiere per rendere davvero sostenibile una catena del valore oggi? Ti affidi a metriche o certificazioni specifiche?

Essere sostenibili, per un giovane imprenditore, è davvero complesso. All’inizio di MoMo by Savigel venivamo dall’urgenza di dare spazio a designer emergenti in un momento difficile – in piena pandemia – e la sostenibilità, in tutta onestà, non era il nostro primo pensiero. Avevamo pochi mezzi e tanta fretta, cercavamo di sopravvivere seguendo le tendenze del mercato. Solo dopo, entrando davvero nel settore, abbiamo capito che non potevamo ignorare il tema.

Negli anni abbiamo studiato molto sui materiali e sui processi, e oggi credo che la lezione più grande sia questa: i piccoli brand devono essere sostenibili dove possono, quando possono, senza raccontare ciò che non è vero. Informarsi, capire i propri limiti e lavorare per superarli è già un atto di responsabilità.

Un punto per me fondamentale è la sostenibilità sociale: il rispetto e la tutela della forza lavoro. È un tema che mi ha sempre toccato da vicino, quasi in modo traumatico. Per questo oggi collaboriamo con fondazioni, associazioni e realtà del terzo settore, per dare visibilità e voce a cause che meritano spazio, anche nel racconto ai nostri clienti.

Stiamo vivendo una trasformazione profonda dei modelli retail, tra digitalizzazione e ritorno al punto vendita fisico. Come si posiziona Momo in questo scenario? E in che modo la sostenibilità entra nella progettazione dei vostri spazi e touchpoint?

Siamo nati durante il Covid, quindi la digitalizzazione è nel nostro DNA. Per mesi siamo stati solo online, costruendo la community attraverso i social e l’e-commerce. Ma col tempo ci siamo accorti che il contatto fisico resta insostituibile: gli eventi, i pop-up, gli incontri diretti creano connessioni vere.
Ora stiamo lavorando per ampliare la nostra presenza offline, con spazi esperienziali in cui le persone possano capire davvero chi siamo. La sostenibilità nel retail passa anche da qui: creare luoghi che abbiano senso e relazione con chi li vive.

Alcuni studi mostrano una generazione giovane attenta al clima e ai diritti, ma in alcuni casi ancora ancorata alle lusinghe del fast fashion. Come leggi questo quadro? 

La mia generazione è sulla strada giusta, ma non è un percorso lineare. C’è attenzione al clima e ai diritti, ma spesso ci si scontra con il prezzo reale della sostenibilità. Un prodotto etico costa di più, e molti giovani semplicemente non possono permetterselo.Non parlerei di incoerenza, ma di distanza tra consapevolezza e possibilità concreta. Lo vedo anche con i miei studenti all’Università Cattolica: c’è una forte sensibilità teorica, ma nella pratica emergono titubanze e difficoltà quotidiane. È una transizione in corso e come generazione stiamo ancora cercando il modo di viverla davvero.

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