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Il rapporto delle Nazioni Unite documenta il crollo dell’ecosistema nella Striscia: tonnellate di detriti, falda salinizzata, emissioni in crescita. La Giornata ONU del 5 novembre richiama alla tutela dell’ambiente in tempo di guerra

Gaza e ambiente: acqua contaminata, aria irrespirabile, suoli distrutti. Così l’ultimo rapporto dell’United Nations Environment Programme (UNEP) descrive la Striscia a un anno dall’inizio dell’escalation militare. Pubblicato nel settembre 2025, il documento Environmental Impact of the Escalation of Conflict in the Gaza Strip dichiara il “collasso ambientale sistemico”. Un ecosistema trasformato in rovina, dove 44 milioni di tonnellate di macerie e una falda ormai salata ridisegnano la geografia stessa della regione.

Nella giornata che l’ONU dedica alla tutela dell’ambiente in tempo di guerra, le immagini e i numeri del rapporto non lasciano spazio a eufemismi. La guerra devasta città, mutila corpi e consuma anche la terra, l’aria e l’acqua da cui la vita dipende.

Gaza e ambiente, un ecosistema già fragile

Prima del 7 ottobre, Gaza era un territorio sospeso tra crisi idrica e sovrappopolazione. Il 97% dell’acqua era già non potabile e gli impianti di trattamento operavano oltre la soglia di sicurezza. L’escalation militare ha fatto precipitare la situazione. L’83% delle infrastrutture idriche risulta oggi danneggiato o distrutto, l’acqua disponibile per abitante si è ridotta a 2–6 litri al giorno, contro gli 85 litri del periodo pre-bellico.

La falda costiera, già fragile, presenta nitrati oltre 400 mg/L, otto volte il limite OMS. L’UNEP avverte che senza interventi immediati “la risorsa idrica sarà compromessa in modo irreversibile entro due anni”. L’acqua, che in ogni civiltà segna la frontiera della vita, a Gaza è divenuta vettore di malattia: l’incidenza delle infezioni intestinali nei bambini – si legge ancora nel documento – è 26 volte superiore al livello del 2022.

44 milioni di tonnellate di macerie: la nuova geologia della guerra

Come noto, il paesaggio della Striscia è oggi una distesa di detriti. Secondo l’UNEP, 44 milioni di tonnellate di macerie ricoprono Gaza, un volume superiore a quello generato da tutti i conflitti precedenti messi insieme. Almeno un quarto di questi materiali contiene amianto, sostanza cancerogena che si disperde nell’aria con ogni colpo di ruspa. In tale contesto, le operazioni di bonifica potrebbero richiedere 10–15 anni e fino a 900 milioni di dollari.

Ogni edificio distrutto rappresenta una nuova sorgente di contaminazione chimica. Le piogge trasportano residui di esplosivi nel suolo, mentre l’erosione diffonde le microplastiche e i metalli pesanti nei campi e nei canali agricoli. E intanto, i detriti respirano, rilasciando polveri fini, piombo, cadmio e fibre minerali. “La popolazione è esposta a livelli di inquinanti senza precedenti nel bacino mediterraneo moderno”, è il commento nel rapporto. 

L’aria e il clima: la guerra che riscalda il mondo

La guerra, in sé, ha un’impronta di carbonio. L’UNEP calcola +355mila tonnellate di CO₂ equivalente tra ottobre 2023 e settembre 2024: un valore simile alle emissioni annuali di un Paese come Malta. A Gaza, le polveri sottili PM 2.5 sono aumentate del 200% rispetto ai livelli del 2022, costituendo un rischio sanitario e un contributo misurabile all’effetto serra. Le emissioni non conoscono dogane. I modelli Copernicus registrano picchi di inquinamento oltre il confine israeliano. Il conflitto locale diventa, così, perturbazione regionale del clima e della salute.

La terra: una ferita sterile

L’agricoltura, che rappresentava un fragile tessuto di resilienza locale, è stata devastata. Il rapporto stima quasi 8mila ettari di campi distrutti,, quasi metà dell’area coltivabile. Le analisi del suolo mostrano livelli di piombo superiori a 200 mg/kg e cadmio oltre 3 mg/kg, per un totale di danni economici diretti che superano gli 880 milioni di dollari.

Gli agronomi dell’UNEP avvertono che la fertilità residua è in caduta libera: senza bonifica, processi di desertificazione irreversibile si manifesteranno entro 2–3 anni”.

Gaza e ambiente, la sostenibilità dopo la guerra

La distruzione dell’ambiente non sarà reversibile senza una governance capace. L’UNEP denuncia “l’assenza di un’autorità ambientale funzionante nella Striscia”. Per questo, propone la creazione di una rete di 15 stazioni di monitoraggio di aria e acqua, gestite da UNEP e UNDP, e la costituzione di un fondo di emergenza ambientale da 52 milioni di dollari. La bonifica, ammonisce l’agenzia, deve precedere la ricostruzione: “Ricostruire senza ripristinare l’ambiente significherebbe consolidare la crisi”.

Se l’ambiente resta compromesso, la pace sarà fragile quanto il terreno contaminato su cui poggia.

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