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Accelerare gli investimenti nelle infrastrutture idriche entro il 2040 potrebbe generare benefici economici e occupazionali su scala globale. Ma il nodo resta politico, finanziario e temporale. Il report al World Economic Forum

Nel dibattito sulla transizione ecologica, l’acqua è spesso rimasta ai margini delle priorità di investimento poichè associata a reti storiche, poco visibili e politicamente meno spendibili rispetto ad altre infrastrutture. Il report Bridging the €6.5 Trillion Water Infrastructure Gap, presentato al World Economic Forum di Davos, mostra come questo approccio abbia prodotto un deficit strutturale con effetti misurabili su crescita economica e resilienza climatica.

Il documento è stato pubblicato dal World Economic Forum in collaborazione con l’Università di Cambridge e con il contributo di Acea, e fornisce una quantificazione aggiornata del fabbisogno globale di investimenti nel settore idrico.

Di cosa parliamo quando parliamo di gap idrico

Per infrastrutture idriche si intende l’insieme di reti di adduzione e distribuzione, sistemi di trattamento dell’acqua potabile e impianti di depurazione delle acque reflue. Secondo il report, per espandere, ammodernare e rendere resilienti questi asset entro il 2040 saranno necessari 11,4 trilioni di euro di investimenti cumulativi a livello globale. Ai livelli di spesa attuali, il sistema mondiale si fermerebbe però a circa 4,9 trilioni di euro. Se la matematica non è un opinione, resta scoperto un gap di finanziamento pari a 6,5 trilioni di euro. Un disallineamento che incide direttamente su salute pubblica, sicurezza economica e capacità di adattamento al cambiamento climatico.

Uno sguardo diacronico: come si è aperta la forbice degli investimenti

Negli ultimi due decenni, gli investimenti in infrastrutture idriche sono cresciuti più lentamente rispetto ad altri settori strategici come energia, trasporti e telecomunicazioni. Nei Paesi industrializzati, gran parte delle reti è stata realizzata tra gli anni Cinquanta e Settanta e oggi opera oltre la vita utile prevista.

Questa dinamica ha prodotto un progressivo accumulo di inefficienze. A livello globale, circa il 30% dell’acqua distribuita viene dispersa prima di raggiungere utenti e imprese. Parallelamente, l’aumento della frequenza di eventi climatici estremi sta stressando infrastrutture progettate per condizioni idrologiche ormai superate.

Una lettura sincronica: impatti economici e occupazionali

Il report stima che colmare il gap infrastrutturale entro il 2040 potrebbe generare 8,4 trilioni di euro di PIL aggiuntivo globale e sostenere oltre 206 milioni di posti di lavoro equivalenti a tempo pieno, pari a circa 14 milioni di occupati l’anno lungo il periodo considerato. Secondo il modello economico utilizzato nello studio, ogni euro investito nel settore idrico attiva 2,7 euro di attività economica, di cui 1,3 euro contribuiscono direttamente al PIL. L’effetto occupazionale è altrettanto significativo. Ogni miliardo di euro investito genera circa 32.000 posti di lavoro a tempo pieno, distribuiti lungo una filiera che include edilizia, ingegneria, manifattura e servizi digitali.

Gap idrico, il quadro normativo in Europa

In Europa il fabbisogno cumulativo di investimenti è stimato in oltre 1,7 trilioni di euro, con un gap di circa 695 miliardi di euro rispetto agli attuali livelli di spesa. Le criticità principali riguardano la modernizzazione delle reti di distribuzione e l’adeguamento degli impianti di trattamento delle acque reflue agli standard ambientali e climatici più recenti. Il ritardo europeo non è legato alla mancanza di competenze tecniche, ma a un equilibrio complesso tra tariffe, capacità di investimento degli operatori e tempi regolatori, che tende a penalizzare interventi con ritorni economici distribuiti su orizzonti molto lunghi.

La revisione della Direttiva sulle acque reflue urbane, la strategia UE sulla resilienza idrica e gli obblighi di disclosure introdotti dalla CSRD rendono il rischio idrico sempre meno esterno ai bilanci pubblici e aziendali. Il quadro normativo, dunque, è definito. Più incerta è la capacità di tradurlo in flussi di investimento stabili e coordinati.

Gli strumenti 

Il report individua strumenti finanziari già noti – blue bond, finanza mista, partenariati pubblico-privati basati sulle performance – e leve tecnologiche consolidate, come la digitalizzazione delle reti e il riuso dell’acqua. Eppure, quest’ultimo rappresenta oggi solo il 12% dei prelievi globali di acqua dolce.  Il limite è la loro capacità di operare su scala, in contesti regolatori frammentati e con profili di rischio che continuano a scoraggiare il capitale di lungo periodo.

Gap idrico, la variabile decisiva è il tempo

Il nodo centrale che emerge dal report non riguarda tanto l’ammontare complessivo delle risorse necessarie, quanto la loro collocazione temporale. Le infrastrutture idriche seguono cicli di vita pluridecennali, mentre decisioni tariffarie, regolatorie e di bilancio restano spesso ancorate a orizzonti politici brevi. Rinviare gli investimenti consente di contenere la spesa nel breve periodo, ma aumenta il costo complessivo nel medio-lungo termine, sotto forma di perdite di rete, vulnerabilità climatica e mancata crescita economica.

In questo senso, il divario idrico misura la distanza tra la velocità del cambiamento climatico e quella dei sistemi decisionali chiamati a governarlo.

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