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La referente FIR per le tematiche di Responsabilità Sociale: “Il tasso di recidiva dei detenuti è più basso per chi aderisce al progetto ‘Oltre le sbarre'”

Detenuti, disabili, migranti, ma non solo. La Federazione italiana rugby (FIR) lavora da tempo nel campo della sostenibilità sociale. Al lavoro su inclusione, diversità, valorizzazione del territorio. Ne parla a Sostenibileoggi.it Daniela De Angelis, referente FIR per le tematiche di Responsabilità Sociale.

La Fir appoggia diversi progetti nel sociale: ci racconti ‘Oltre le Sbarre’.

Si tratta di un progetto che ha grande visibilità e anche un grande ritorno per chi ne beneficia, ossia i detenuti e i club che entrano nelle carceri. Si genera infatti un rapporto reciproco tra i detenuti che diventano giocatori di rugby, e l’esterno: tornano persone, diventano giocatori, sono sostenuti nel processo di reinserimento nella società civile. Sono coinvolti, con il coordinamento di FIR, 16 Istituti di Pena sul territorio nazionale con l’obiettivo di contribuire, attraverso l’applicazione concreta dei valori educativi del rugby – il rispetto delle regole, dell’avversario, dell’arbitro, il sostegno del compagno – alla risocializzazione del detenuto. Questo è un unicum nel panorama sportivo, ci sono attività sportive nelle carceri ma sono sempre attività parallele, loro invece partecipano a due campionati, “giocano sempre in casa”, il sostegno non è solo un’azione di gioco, come avviene nel rugby, l’aiuto, il sostegno reciproco viene portato nella vita di tutti i giorni.

Quali sono i risultati?

Il tasso di recidiva è più basso per chi aderisce al progetto. Chi lo scopre, non lo abbandona più. I risultati delle esperienze dimostrano indubbi effetti benefici sul consolidamento dei rapporti umani all’interno del Carcere, attraverso una nuova percezione dell’altro e il rispetto delle regole. Nel 2019 abbiamo stilato un protocollo con il Dap (rinnovato fino al 2025) in cui si invitano le carceri a utilizzare il rugby per gli effetti benevoli. Sono state fatte deroghe normative dando status italiano a tutti i detenuti, ha valore di progetto sociale. Ci sono anche gli arbitri detenuti, anche qui Fir ha dovuto modificare il regolamento, il presupposto del casellario pulito è stato superato. E si formano anche gli allenatori, nello spirito di creare relazioni e opportunità professionale per i detenuti, una volta usciti dal carcere.

Su rugby e disabilità?

Nel 2015 alcuni club che praticano il rugby integrato decidono di costituirsi in una rete per collaborare e unirsi per portare avanti un progetto comune: utilizzare lo sport, in particolare il rugby, come strumento per superare le barriere che spesso nascono di fronte alle “diversità” e che portano, inevitabilmente all’isolamento dei soggetti più fragili. L’obiettivo è costituire delle squadre di rugby integrato, composte da normodotati e disabili intellettivi che giocano insieme, si gioca con le squadre standard e il livello di gioco varia in base al valore dei giocatori. Collaboriamo con diversi club, con loro è stato prodotto un modulo per il rugby integrato, fornendo competenza per una migliore comprensione di alcuni tipi di disabilità come l’autismo. Un altro obiettivo è formare i tecnici alla personalizzazione dell’allenamento, vogliamo che queste squadre si moltiplichino. 

FIR inoltre collabora con IMAS, organizzazione internazionale che promuove il modello Mixed Ability, movimento sociale nel mondo dello sport che promuove l’inclusione e l’eguaglianza attraverso l’educazione e il senso di appartenenza e affiliazione ad un gruppo, squadra o club. Sono sport che seguono le stesse regole degli sport tradizionali, ammettendo aggiustamenti minimi per tenere in considerazione i bisogni specifici dei partecipanti. Siamo inoltre legati al progetto sull’autismo: non tutti gli autistici possono avere interazione per giocare in una squadra, ci sono club quindi che stanno sviluppando dei percorsi di gioco per favorirne l’accesso al gioco. Ogni ragazzo, ogni bambino, ha un volontario accanto a sé. Molti genitori riferiscono che i ragazzi hanno acquisito delle competenze.

C’è un progetto anche per i migranti.

Sì, è un segnale: promuovere l’integrazione di coloro che sono stati costretti a fuggire dai propri Paesi colpiti da crisi umanitarie. Il simbolo è la squadra delle Tre Rose di Casale Monferrato, dove un presidente illuminato ha fondato una squadra multietnica che per fortuna ha ripreso a giocare dopo la pandemia e che è stata premiata sia dal Pontefice che dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. C’è lo status di italiano per tutti gli stranieri che fanno parte del progetto, è una deroga FIR. rimuovendo così quelle limitazioni che non gli avrebbero consentito di partecipare a pieno titolo ai campionati federali o alle semplici amichevoli.

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