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Secondo alcuni studi, la norma andrebbe a interessare una platea di circa 27 milioni di lavoratori, di cui oltre tre milioni sono minori
Multe alle aziende che mettono sul mercato prodotti realizzati attraverso il lavoro forzato – secondo le norme internazionali sul lavoro, è il lavoro o i servizi imposti a una persona sotto la minaccia di sanzioni o per cui il lavoratore non si è offerto – con la possibilità di immetterli poi in commercio, qualora il lavoro forzato fosse eliminato del tutto dalla propria catena del valore. Questo è uno dei provvedimenti, assieme alla possibilità della distruzione della merce, dell’accordo provvisorio raggiunto tra Parlamento Ue e Consiglio Ue sul testo che vieta l’immissione sul mercato di prodotti realizzati con il lavoro forzato. Il prossimo passo prevede, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, una fase di tre anni in cui il testo dovrà essere recepito dai Paesi membri dell’area Ue. Secondo alcuni studi, la norma andrebbe a interessare una platea di circa 27 milioni di lavoratori, di cui oltre tre milioni sono minori. Secondo l’analisi compiuta due anni fa da ISPI, il 55% dei casi di lavoro forzato si trova nell’area dell’Asia-Pacifico, mentre Europa e Asia Centrale erano stimate intorno al 15%; il dato negli Stati arabi era intorno al 3%.
L’accordo
Le istituzioni europee hanno stabilito che per la segnalazione di aziende che si servono del lavoro forzato è necessario un portale unico, con indicazioni sui divieti, sulle linee guida da seguire e sulla realizzazione di un database su quali siano i settori dove si manifesta il lavoro forzato, mentre tocca alla Commissione Ue l’ispezione nei Paesi terzi con cui si fissano accordi commerciali.