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Studio KPMG: indagine su 750 aziende, mancano politiche e strumenti di valutazione

Lo sforzo dei governi è ormai risaputo, così come quello delle aziende europee che provano a trovare il filo della sostenibilità entro il prossimo anno, con l’entrata in vigore (a tappe) della CSRD. Ma se si allarga l’orizzonte emerge che il 75% delle imprese a livello globale non è affatto pronta a produrre valutazioni sulla base dei criteri ESG

Lo rivela in un recente sondaggio KPMG, realizzato su un campione di 750 imprese. Mancano gli strumenti, le politiche, anche i sistemi di valutazione adeguati, secondo le risposte fornite a KPMG. Tra quello meno pronte, il 58% ha spiegato che è difficile bilanciare le politiche ESG con le aspettative di profitto da parte degli azionisti. 

Secondo PwC, gli asset gestiti (AUM) globali legati ai fattori ESG raggiungeranno i 33,9 trilioni di dollari entro il 2026, e potrebbero rappresentare oltre un quinto dell’AUM globale. Insomma, la crescita degli investimenti sostenibili non si fermerà affatto. E questo decollo è coinciso con un contraccolpo che, secondo i leader aziendali, difficilmente si placherà nei prossimi anni.

Le regole del Gegno Unito

Lo studio di KPMG irrompe sulla scena mentre a livello globale si stanno sviluppando diversi scenari: se il percorso dell’Ue appare delineato, negli Stati Uniti, secondo il Center for Strategic and International Studies, sono state introdotte 165 leggi anti ESG in 37 stati. E se India e Hong Kong hanno sviluppato un tipo di legislazione simile a quella dell’Ue, nel Regno Unito è stata annunciata l’implementazione dei Sustainability Disclosure Standards (SDS), un insieme di regole per delineare i rischi per la sostenibilità, che saranno creati per le aziende a partire da luglio 2024.

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