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Kpmg: poco più del 30% delle aziende prese in considerazione ha un’unità di sostenibilità separata

Le “unità di sostenibilità” come arma per l’integrazione dei criteri ESG all’interno delle aziende. È il percorso che è più o meno condiviso dalle imprese per l’integrazione dei processi, ma che, secondo quanto emerge da uno studio di Kpmg International (analisi su interviste a 50 direttori e manager esperti in sostenibilità), non sarebbe ancora un corpo unico nelle strategie di business. 

Lo studio Kpmg

Dal report Kpmg si evince che il 50% delle aziende intende mettere al centro dei suoi processi la sostenibilità, ma ci sono buchi neri su governance e strategie. Soprattutto perché – ed è il dato più importante – poco più del 30% delle aziende prese in considerazione ha un’unità di sostenibilità separata, mentre in altre c’è un processo di integrazione da altri uffici. In sostanza, si ripete il problema: si condividono responsabilità con altre aree produttive delle aziende, ma poi le cosiddette unità di responsabilità devono redigere il report ESG. Un tema che va affrontato obbligatoriamente con l’entrata in vigore delle direttive europee, dalla CSRD alla CSDD che è stata approvata in versione light nei giorni passati. Ma, tra i vari elementi considerati dallo studio di Kpmg International, c’è un dato che forse esprime ancora la distanza tra intenzioni e realtà nelle aziende, a proposito dell’applicazione dei criteri ESG: poca collegialità, in quasi metà delle imprese il responsabile della sostenibilità resta l’amministratore delegato, che vede allargare i suoi poteri e questo avviene anche se nelle aziende si tenterebbe l’approccio onnicomprensivo per l’integrazione dei criteri ESG nei CdA.

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