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Al centro del dibattito a Baku i 100 miliardi di dollari annui dai Paesi avanzati per il Fondo verde sul clima
È stata già ribattezzata come la Cop (Conferenza delle parti) della finanza, raccogliendo il testimone dall’edizione precedente che si è tenuta a Dubai. Parte nelle prossime ore la Cop29 a Baku, che arriva dopo eventi significativi, anche per il destino del clima e del riscaldamento climatico, come l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Lo stesso Trump ha già fatto intendere che gli Usa usciranno dall’Accordo di Parigi che fissava il tetto sul riscaldamento climatico a non oltre 1,5 gradi, mentre il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (Unep) riporta che la temperatura media globale è destinata ad aumentare di almeno 2,6 gradi centigradi nel corso di questo secolo, con la possibilità di arrivare addirittura a 3,1 gradi. Per “rientrare”, servirebbe un taglio delle emissioni del 42% entro il 2030 e del 57% entro il 2035, rispetto ai livelli del 2019. Praticamente impossibile. E l’uscita degli americani renderà ancora più complesso il quadro complessivo.
Da 15 anni si balla intorno alla cifra di 100 miliardi di dollari annui che le economie più avanzate avrebbero dovuto piazzare sul tavolo per il Fondo verde per il clima, per aiutare i Paesi in via di sviluppo nel contrasto alle emissioni. La deadline è per il prossimo anno, ma le cifre sono tutt’altro che vicine a quei 100 miliardi, che a questo punto sarebbero anche non sufficienti. Quindi in Azerbaigian i delegati dovranno accordarsi su un nuovo obiettivo comune per la finanza climatica, definendo tempi e modalità di erogazione dei fondi.