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Alle porte della 19esima edizione del più grande Festival della comunità europea dedicato al fundraising e alla sostenibilità, il presidente riflette sul rapporto tra imprese e Terzo Settore e sul bisogno, sempre più attuale, di ricostruire fiducia e relazioni autentiche
“La società è cambiata radicalmente e il fundraising è cambiato insieme a lei. Quando abbiamo iniziato a parlare di donazioni online sembrava fantascienza. Oggi facciamo i conti con un’altra rivoluzione, quella dell’intelligenza artificiale, che attraverserà trasversalmente tutto il programma del Festival”.
A pochi giorni dalla 19ª edizione del Festival del Fundraising, in programma a Riccione dal 3 al 5 giugno, Stefano Malfatti guarda ai quasi vent’anni di storia della manifestazione come a una lente privilegiata per osservare l’evoluzione del Terzo Settore, delle imprese e della società. Presidente del Festival del Fundraising, il più grande appuntamento europeo dedicato alla raccolta fondi e all’innovazione per il nonprofit, Malfatti accompagnerà una community composta da oltre 4.500 partecipanti, 600 organizzazioni e più di cento sessioni formative dedicate a fundraising, sostenibilità, comunicazione e sviluppo organizzativo.
Festival del Fundraising, l’evoluzione del settore
“Iniziano a essere tanti anni, abbiamo superato la maggiore età. Nel frattempo è cambiato il rapporto tra le persone e le organizzazioni, sono cambiate le aspettative dei donatori e il modo in cui scelgono gli enti da sostenere. Oggi dialoghiamo con generazioni completamente diverse, in un contesto segnato da una crescente sfiducia verso le istituzioni e da una richiesta sempre più forte di trasparenza e risultati”.
Secondo Malfatti, il cambiamento più evidente riguarda la velocità con cui si sviluppano relazioni e aspettative:“Viviamo una grande accelerazione. Le persone vogliono comprendere subito l’impatto che generano con il proprio contributo. Chiedono evidenze, risultati, cambiamenti misurabili. Questo rappresenta una sfida rilevante per tutto il settore”.
Eppure, sotto la superficie delle trasformazioni tecnologiche e culturali, esiste un elemento che continua a rimanere sorprendentemente stabile. “Quello che è cambiato meno, e che continua a commuovermi – sottolinea il presidente – è il bisogno delle persone di stare insieme e di sentirsi parte di qualcosa che abbia significato. Vale per i donatori, per i fundraiser, per le aziende. Le persone donano perché vogliono contribuire a un cambiamento e sentirsi parte di una comunità”.
Non a caso, tra i temi che attraverseranno questa edizione del Festival c’è quello del coraggio: “Credo che il tema del coraggio sia particolarmente presente nel momento storico che stiamo vivendo. Il coraggio di scegliere da che parte stare, di assumersi responsabilità e di costruire relazioni autentiche”.
Fundraising come strumento di coesione sociale
La riflessione si allarga poi al contesto sociale contemporaneo, caratterizzato da polarizzazione, frammentazione e crescente isolamento. “Viviamo in un’epoca in cui le persone si parlano sempre meno – osserva – Siamo tutti chini sui nostri dispositivi, immersi in bolle che confermano ciò che già pensiamo. Manca sempre più spesso una discussione autentica e argomentata”. In questo scenario, secondo Malfatti, il fundraising può svolgere una funzione che va ben oltre la raccolta di risorse economiche: “Se fatto bene, il fundraising è esattamente l’opposto di questa chiusura. Richiede uno sforzo di apertura verso una persona o un’organizzazione che magari non conosci. Devi spiegare perché una causa merita attenzione, devi ascoltare, creare fiducia. È un esercizio di fiducia reciproca“.
Una relazione che può contribuire a ricostruire legami sociali oggi sempre più fragili: “Quando un fundraiser ascolta davvero e agisce con trasparenza, contribuisce a ricucire un tessuto sociale che rischia di lacerarsi. Per questo credo che il fundraising possa essere uno strumento di coesione sociale, a condizione che resti autentico e continui a mettere al centro le persone, non soltanto gli obiettivi di raccolta“. La chiave, aggiunge, resta una capacità spesso sottovalutata: “Io dico sempre che dobbiamo imparare ad ascoltare. Oggi l’ascolto è diventato quasi un gesto rivoluzionario”.
Oltre lo storytelling, misurare il cambiamento: appuntamento al Festival del Fundraising
Un’altra sfida che accomuna sempre più il mondo del fundraising e quello della sostenibilità riguarda la misurazione dell’impatto. Negli ultimi anni, la crescita delle strategie ESGESG ESG è l'acronimo di Environmental, Social, and Governance, che si traduce in italiano come Ambientale, Sociale e Governance. Questi tre componenti sono utilizzati per valutare l'impatto sostenibile e le pratiche etiche di un'azienda o di un'organizzazione. Ecco una spiegazione... Approfondisci ha contribuito a diffondere una maggiore attenzione verso gli effetti sociali e ambientali delle attività economiche. Allo stesso tempo, però, si è assistito a una proliferazione di narrazioni spesso difficili da verificare. “Per molti anni – sottolinea Malfatti – ci siamo presentati alle aziende con una valigetta piena di progetti ben raccontati e obiettivi circoscritti. Oggi il percorso è diverso: partiamo dall’impatto che vogliamo generare e costruiamo insieme i progetti necessari per raggiungerlo”.
Per Malfatti, la differenza tra una partnership efficace e una puramente reputazionale emerge proprio nella capacità di misurare il cambiamento generato:“Pensiamo a un progetto sulla disabilità. Non possiamo limitarci a contare le persone con disabilità coinvolte. Dobbiamo capire se i loro genitori hanno potuto tornare al lavoro, se la qualità della vita è migliorata, se anche le aziende hanno beneficiato, ad esempio attraverso una riduzione dell’assenteismo. È qui che si misura il vero impatto”.
Lo stesso vale per le collaborazioni tra imprese e Terzo Settore: “Gli ESG hanno portato una grande ventata di consapevolezza, ma in alcuni casi anche una certa retorica che oggi va superata. Una partnership davvero trasformativa non si misura sulla visibilità reciproca o sulle impressioni. Bisogna chiedersi: l’impresa ha modificato concretamente qualcosa grazie a questa collaborazione? La relazione continua nel tempo? Ha generato cambiamenti misurabili?”.
Domande che saranno al centro di numerosi appuntamenti del Festival. “Quest’anno dedicheremo molto spazio proprio a questi temi – conclude – Racconteremo casi di successo, ma parleremo anche degli errori. Perché il nostro obiettivo non è costruire belle storie da raccontare, ma aiutare organizzazioni e imprese a costruire collaborazioni reali, capaci di generare valore e impatto nel tempo”.