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Trasparenza, contabilità pubblica e benefici locali: Nairobi punta a diventare hub africano dei carbon credit ad alta integrità

Negli ultimi due anni, il mercato volontario dei crediti di carbonio è stato sottoposto a una verifica senza precedenti. Inchieste giornalistiche e analisi scientifiche hanno evidenziato che una quota rilevante dei crediti, in alcuni casi superiore al 90% nei campioni analizzati, non rappresenta riduzioni reali o addizionali di emissioni (The Guardian, 2023), aprendo un dibattito metodologico ancora in corso sulla qualità degli offset. È in questo contesto di crisi di credibilità cheil Kenya introduce un registro nazionale del carbonio, con l’obiettivo di trasformare un mercato opaco in un’infrastruttura verificabile.

Crediti di carbonio, contabilità climatica e regole globali

Il registro – rende noto l’Associated Press – è stato lanciato a Nairobi dal ministero dell’Ambiente e dalla National Environment Management Authority e si configura come un sistema pubblico di contabilità climatica. Costruisce una catena di tracciabilità che collega riduzione delle emissioni, emissione dei crediti e loro trasferimento tra attori. Il riferimento normativo è l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, che stabilisce le condizioni per lo scambio internazionale di riduzioni di emissioni evitando il doppio conteggio. Senza un sistema nazionale di registrazione, questo principio resta difficilmente applicabile.

Dalla promessa alla verifica

Il cuore del sistema è la funzione di single source of truth. Ogni credito generato in Kenya dovrà essere registrato, validato e tracciato in un’unica piattaforma. Questo passaggio ha implicazioni operative rilevanti. In primo luogo, introduce una standardizzazione nazionale in un mercato storicamente frammentato tra diversi standard volontari. In secondo luogo, rende verificabile il ciclo di vita del credito, dal progetto originario fino alla sua eventuale cancellazione per compensazione. Infine, integra i cosiddetti corresponding adjustments, cioè gli aggiustamenti contabili che impediscono che la stessa tonnellata di CO₂ venga contabilizzata sia dal Paese ospitante sia da quello acquirente. Secondo il governo kenyota, oltre ottanta proposte progettuali sono già state presentate. Un dato che segnala aspettative elevate, ma che rende ancora più cruciale la qualità dei processi di validazione.

Il paradosso africano

Il Kenya si muove dentro un paradosso strutturale. Il continente africano ospita alcuni dei più grandi serbatoi naturali di carbonio del pianeta – foreste tropicali, savane, suoli agricoli – ma intercetta solo una quota marginale della finanza climatica globale, nell’ambito dello United Nations Environment Programme. La ragione risiede nell’assenza di infrastrutture istituzionali credibili. Senza registri nazionali, sistemi di verifica e governance trasparente, il rischio percepito dagli investitori resta elevato. Il registro nazionale risponde dunque a questa asimmetria. Costruisce le condizioni perché i crediti siano considerati affidabili.

Crediti di carbonio, i benefici locali e internazionali del registro

Uno dei punti più delicati riguarda la distribuzione del valore generato. Storicamente, molti progetti di carbon credit hanno prodotto benefici limitati per le comunità locali, nonostante queste fossero direttamente coinvolte nella conservazione degli ecosistemi. Il modello del Kenya introduce la condivisione del beneficio economico come principio esplicito. Questo implica meccanismi di redistribuzione, riconoscimento formale del ruolo delle comunità e maggiore inclusione nei processi decisionali. La questione resta naturalmente aperta. La presenza di un registro non garantisce automaticamente equità. Tuttavia, rende il flusso di valore più tracciabile e quindi più contestabile. Il registro nasce anche grazie al supporto della cooperazione tedesca (GIZ), che ha finanziato lo sviluppo della piattaforma e annunciato ulteriori 2,4 milioni di euro per rafforzare la capacità operativa del Paese.

Oltre il Kenya

Il registro nazionale del Kenya non rappresenta del tutto un unicum. I registri del carbonio esistono già, ma con architetture e finalità diverse. Nei sistemi regolati, come l’EU Emissions Trading System o il China National ETS, il registro è parte integrante di un meccanismo obbligatorio. Traccia quote di emissione assegnate e scambiate tra operatori industriali, con regole stringenti e supervisione pubblica. Nei mercati volontari, invece, la funzione di registrazione è stata storicamente svolta da attori privati come Verra o Gold Standard, che certificano progetti e gestiscono l’emissione dei crediti, ma senza un’integrazione diretta con la contabilità climatica nazionale.

Il Kenya si colloca in uno spazio intermedio e ancora in costruzione. Introduce un registro pubblico in un mercato volontario, con l’obiettivo di allinearlo alle regole dell’Accordo di Parigi e di ridurre il rischio di doppio conteggio. È un passaggio che segnala una tendenza più ampia di riportare la governance dei crediti di carbonio entro infrastrutture statali, trasformando un mercato decentralizzato in un sistema sempre più ancorato alla contabilità nazionale delle emissioni.

Conti alla mano

Il registro nazionale del carbonio del Kenya segna un cambio di paradigma. Sposta il baricentro dal racconto della compensazione alla verifica della riduzione. Resta però una tensione strutturale. I mercati del carbonio nascono come strumenti di flessibilità economica, ma oggi sono chiamati a dimostrare rigore scientifico e giustizia distributiva.Il successo del modello kenyota dipenderà dal misurare la capacità di trasformare ogni credito emesso in una tonnellata di CO₂ realmente evitata o rimossa, tracciabile e riconosciuta. Se questo avverrà, il registro oltrepasserà i confini nazionali e costituirà un precedente. In caso contrario, aggiungerà un ulteriore livello di complessità a un mercato già fragile.

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